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Lavoro: malattia

del 30/06/2016
CHE COS'È?

Lavoro malattia: definizione

La malattia costituisce una tipica ipotesi legale di sospensione del rapporto di lavoro subordinato causata dall’impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa.

Per malattia si intende un’alterazione dello stato di salute che abbia come conseguenza un’assoluta o parziale incapacità al lavoro che comporti la necessità di assistenza medica e la somministrazione di mezzi terapeutici.
Diversa invece è la malattia professionale che è quella contratta in ambiente lavorativo per l’azione nociva di un fattore di rischio di natura fisica, chimica e biologica presente nell’ambiente di lavoro o determinata dalla lavorazione stessa che il lavoratore svolge.

Il concetto di malattia come stato di infermità in grado di comportare l’incapacità lavorativa è subordinato a determinate condizioni:
  • l’incapacità lavorativa deve essere concreta, il che significa che deve essere valutata raffrontando il quadro patologico del lavoratore con il tipo di prestazione lavorativa alla quale è contrattualmente tenuto;
  • l’incapacità lavorativa deve essere attuale e non potenziale nel senso che è irrilevante l’eventuale rischio del verificarsi di una successiva incapacità lavorativa;
  • la malattia non deve necessariamente avere un’incidenza diretta sulla capacità lavorativa nel senso che può avere anche un’incidenza indiretta (per esempio: provvedimenti di isolamento di portatori sani di malattie infettive per evitare contagi sulla collettività).
Soggetti beneficiari 
La speciale tutela prevista dalla legge a favore dei lavoratori ammalati si applica a tutti i dipendenti, indipendentemente dalla natura del contratto, e si attesta con un certificato di malattia.

Dott.ssa Margherita Rosati
Consulente del Lavoro
Studio Rosati Consulenti del lavoro

COME SI FA

Malattia: quali effetti sul rapporto di lavoro?

Gli effetti principali dell’insorgenza della malattia sono:
  • la sospensione del rapporto di lavoro;
  • l’assenza giustificata del lavoratore;
  • il divieto di licenziamento da parte del datore di lavoro per tutta la durata della malattia entro i limiti di un determinato periodo di conservazione del posto (cosiddetto "periodo di comporto") la cui durata viene generalmente stabilita dalla contrattazione collettiva. L’unica ipotesi in cui il recesso è legittimo è il licenziamento per giusta causa o in tronco;
  • la decorrenza dell’anzianità di servizio;
  • il diritto del lavoratore a percepire un determinato trattamento economico nella misura e per il tempo stabiliti dalla legge, con l’eventuale integrazione del datore di lavoro stabilita dai contratti collettivi.

Divieto di licenziamento
Il datore di lavoro non può procedere al licenziamento del lavoratore assente per malattia nei limiti di un determinato periodo di tempo denominato “periodo di comporto” la cui durata viene stabilita dalla contrattazione collettiva.
Secondo le previsioni dei contratti collettivi, il comporto può essere di due tipi:
  • comporto “secco” quando è riferito ad un’unica e ininterrotta malattia;
  • comporto per “sommatoria” ovvero è previsto un arco di tempo entro il quale la somma dei periodi di malattia non può superare un determinato limite di conservazione del posto (per esempio: 180 giorni nell’arco di un anno solare).
Alcuni contratti collettivi prevedono sia il comporto secco che quello per sommatoria.

Per quanto riguarda i lavoratori con contratto di lavoro part-time verticale, ovvero con orario pieno ma solo in alcuni giorni della settimana, del mese o dell’anno, gli potrebbe essere riconosciuto un periodo massimo di assenza ridotto, al fine di evitare conseguenze eccessivamente pesanti per il datore di lavoro. In questo caso spetterebbe al Giudice determinare in via equitativa la durata di tale periodo. Tale problema viene superato nel caso in cui la contrattazione collettiva regoli espressamente il periodo di comporto per i lavoratori part-time. Anche se il periodo di comporto appare una normativa di garanzia a favore del lavoratore, scaduto il termine di comporto, il lavoratore può essere licenziato anche se effettivamente malato.

Per ovviare a questo inconveniente spesso i contratti collettivi introducono l’istituto dell’aspettativa non retribuita vale a dire un periodo di tempo massimo, indicato dal contratto, durante il quale il rapporto di lavoro può proseguire sia pure in assenza di retribuzione, anche oltre il termine di comporto. Pertanto, il lavoratore che sia seriamente ammalato e che avvicinandosi la scadenza del periodo di comporto non può rientrare al lavoro può fruire dell’istituto suddetto.

Il datore di lavoro non può rifiutare l’aspettativa a meno che dimostri la sussistenza di seri motivi impeditivi alla concessione della stessa. Al lavoratore è inoltre consentito di mutare il titolo dell’assenza per malattia con la richiesta di fruizione delle ferie già maturate al fine di sospendere il decorso del periodo di comporto.

Tale richiesta deve essere espressa e tempestivamente presentata al datore di lavoro prima che il periodo di comporto sia definitivamente scaduto e il datore di lavoro abbia il diritto di recedere dal rapporto. Il datore di lavoro, a sua volta, può rifiutarsi di concedere le ferie in quanto non è comunque un suo obbligo purché dimostri che nonostante abbia considerato il fondamentale diritto del lavoratore alla conservazione del posto, hanno avuto prevalenza gli interessi dell’organizzazione e del buon funzionamento aziendale.

Pertanto, al termine del periodo di conservazione del posto, il datore di lavoro può recedere dal contratto nel rispetto delle procedure previste per il licenziamento individuale. La scadenza del periodo infatti non determina lo scioglimento automatico del rapporto di lavoro ma è necessario uno specifico atto di recesso da parte del datore di lavoro. Qualora il datore di lavoro intimi ugualmente il licenziamento prima del superamento del periodo di comporto:

  • secondo un orientamento giurisprudenziale il recesso è temporaneamente inefficace, idoneo a produrre i suoi effetti solo al termine del periodo di malattia;
  • un’altra interpretazione invece sostiene che il provvedimento in quanto nullo non abbia alcun valore e pertanto il datore di lavoro deve ripetere l’intimazione del licenziamento al termine della malattia. 

Nel caso invece in cui si accerti che la malattia sia imputabile a un comportamento illecito del datore di lavoro i giorni relativi non si computano nel periodo di comporto. Infatti per la giurisprudenza maggioritaria tale computabilità nel periodo di comporto non si verifica nelle ipotesi in cui la malattia abbia avuto origine in fattori di nocività insiti nelle modalità di esercizio delle mansioni e comunque presenti nell’ambiente di lavoro e a maggior ragione quando il datore di lavoro sia responsabile di tale situazione nociva e dannosa.
Incombe però sul lavoratore l’onere di provare il collegamento causale tra la malattia e l’inadempimento del datore di lavoro.
In ogni caso, i licenziamenti intimati per superamento del periodo di comporto, rappresentano sempre un tema alquanto “spinoso” per cui è bene verificare attentamente di volta in volta, tutte le condizioni facendo valutazioni accurate e approfondite.


Adempimenti
In caso di malattia, la legge e la contrattazione collettiva impongono al lavoratore precisi adempimenti che sono:
  • l’obbligo di avvisare tempestivamente il datore di lavoro della propria assenza per malattia e di comunicare l’eventuale indirizzo di reperibilità (se diverso dalla residenza o dal domicilio abituale);
  • recarsi dal medico e farsi rilasciare l'apposito certificato di malattia.
 I contratti collettivi prevedono il termine entro il quale deve essere effettuata la comunicazione suddetta. 

CHI
Per effetto dell’entrata in vigore delle recenti disposizioni normative (articolo 25 legge 183/2010 cosiddetto “collegato lavoro”) è stato esteso anche al settore privato il meccanismo relativo alla trasmissione telematica della certificazione medica valido per il settore pubblico.
I medici e le strutture sanitarie obbligati ad osservare la procedura sono:

  • i dipendenti del servizio sanitario nazionale;
  • i medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale; medici liberi professionisti (non sono destinatari delle sanzioni in caso di inottemperanza);
  • ospedali e pronto soccorso.

Pertanto, dal 14/11/201,1 in tutti i casi di malattia:
  • la certificazione medica è inviata per via telematica all’Inps direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia secondo determinate regole;
  • l’Inps a sua volta provvede poi ad inoltrare la certificazione medica al datore di lavoro;
  • l’inosservanza degli obblighi di trasmissione telematica della certificazione, costituisce per il medico, illecito disciplinare.

Il lavoratore, di conseguenza, non è più tenuto a far pervenire sia al datore di lavoro che all’Inps il certificato medico entro due giorni dal suo rilascio (tramite R/R o recapito diretto).
Solamente nel caso in cui il medico sia impossibilitato a utilizzare la procedura telematica, è tenuto a rilasciare il certificato di malattia in forma cartacea e pertanto spetterà al lavoratore presentare il certificato stesso al proprio datore di lavoro e all’Inps secondo le tradizionali modalità utilizzate prima dell’introduzione della procedura telematica. Il datore di lavoro di conseguenza, in questi casi, è tenuto ad accettare ancora il certificato cartaceo.

Nei confronti del datore di lavoro, il lavoratore fornisce, se richiesto, il numero di protocollo identificativo del certificato di malattia comunicatogli dal medico. Il lavoratore può anche prendere visione (e stampare) un proprio certificato di malattia attraverso il sito web dell’Inps utilizzando il proprio codice fiscale e il numero di protocollo suddetto. L’indennità di malattia non spetta per i giorni non coperti dalla certificazione. 

La malattia decorre dalla data in cui viene rilasciato il certificato medico quando questa coincide con la data di inizio della malattia oppure dalla data di inizio malattia dichiarata nel certificato.
La malattia può essere un’evento unico e quindi il lavoratore si ripresenta al lavoro alla scadenza della prognosi indicata sul certificato. Non è infatti previsto il rilascio di un certificato medico che dichiari la chiusura della malattia se non quando vi sia il rientro anticipato al lavoro.

Un dipendente in malattia potrà riprendere la propria attività lavorativa prima della data indicata nel certificato medico solamente previa esibizione di un’ulteriore certificato che attesti la sua avvenuta guarigione.
Il lavoratore è sempre tenuto a comunicare e a certificare anche la prosecuzione della malattia e tale certificazione deve essere richiesta entro il primo giorno successivo alla scadenza della prognosi precedente. In tal cosa, si tratterà di “continuazione”.

Se entro 30 giorni dalla data di cessazione della precedente malattia se ne verifichi un’altra consequenziale alla precedente, questa viene considerata a tutti gli effetti, come continuazione di quest’ultima e viene denominata “ricaduta”. 

Il datore di lavoro può verificare lo stato di malattia del lavoratore attraverso le visite mediche richieste dallo stesso o dall’Inps. La richiesta può essere effettuata fin dal primo giorno della malattia. 
Durante la malattia il lavoratore deve rendersi reperibile all’indirizzo indicato nel certificato, dalle ore 10,00 alle ore 12,00 e dalle 17,00 alle 19,00 di ogni giorno comprese le domeniche e i giorni festivi. 
Il lavoratore può allontanarsi dal proprio domicilio solo in caso di ricovero ospedaliero o per giustificati motivi quali ad esempio: 

  • l’assenza causata dalla concomitanza di altre visite mediche delle quali ne sia provata l'effettiva necessità o l’impossibilità di avvalersi di orari alternativi;
  • l’assenza per cure termali effettuate su indicazione del medico curante finalizzate ad ottenere un ristabilimento dello stato di salute.

In caso di assenza del lavoratore alla visita di controllo, il medico deve informare il lavoratore e la sede Inps, che a sua volta avvisa il datore di lavoro, ed invitare il lavoratore per il giorno successivo (non festivo), alla visita ambulatoriale.
Se il lavoratore non si presenta alla visita suddetta, l’Inps ne da comunicazione al datore di lavoro e invita il lavoratore a fornire le proprie giustificazioni entro 10 giorni. Non sono considerate valide le giustificazioni fornite dal lavoratore che siano riconducibili a incuria o negligenza (ad esempio: mancata indicazione del nome sul citofono, essersi trovato sotto la doccia eccetera). Nel caso di assenza ingiustificata:

  1. alla prima visita di controllo: l’assenza comporta la perdita totale di qualsiasi trattamento economico per i primi 10 giorni di malattia;
  2. alla seconda visita di controllo: l’ulteriore assenza determina, oltre alla precedente sanzione, la riduzione del 50% del trattamento economico per il restante periodo;
  3. alla terza visita di controllo: il lavoratore assente anche alla terza visita, perde l’indennità economica a carico dell’Inps che viene interrotta da quel momento e fino al termine del periodo di malattia.

FAQ

Qual è il periodo massimo di malattia indennizzabile dall’Inps?

L’Inps ha fissato i limiti massimi entro cui è obbligato al pagamento dell’indennità di malattia, distinguendo tra lavoratori assunti a tempo indeterminato e a tempo determinato. Per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato l’indennità è dovuta per le giornate indennizzabili (diverse a seconda dell’inquadramento e del settore di appartenenza) comprese in un periodo massimo di 180 giorni in un anno. La durata del periodo massimo si computa sommando tutte le giornate di malattia nell’anno (1 gennaio – 31 dicembre) comprese quelle per le quali non è stata corrisposta l’indennità, come ad esempio i giorni di carenza. Per i lavoratori con contratto a tempo determinato, i trattamenti economici di malattia sono corrisposti per un periodo non superiore a quello dell’attività lavorativa svolta nei dodici mesi immediatamente precedenti l’evento morboso, fermo restando il limite massimo di 180 giorni nell’anno. Nel caso in cui il lavoratore a tempo determinato nei dodici mesi immediatamente precedenti non possa far valere periodi lavorativi superiori a trenta giorni, il trattamento economico di malattia è concesso per un periodo massimo di trenta giorni nell’anno.

Che cos’è il periodo di comporto?

Il periodo di comporto è quel periodo in cui il lavoratore in malattia conserva il posto di lavoro e il datore di lavoro non può procedere al licenziamento. La legge si limita a fissare la durata del periodo di comporto soltanto per la categoria degli impiegati, differenziata in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore.Le condizioni contenute nei contratti collettivi sono in via generale più favorevoli e, quindi, in grado di derogare rispetto a quelle stabilite dalla legge per gli impiegati. Secondo quanto previsto dalla contrattazione collettiva, il comporto può essere di due tipi:secco, se il periodo di conservazione del posto di lavoro è riferito a un’unica e ininterrotta malattia;per sommatoria, se le clausole contrattuali prevedono un arco di tempo entro il quale la somma dei periodi di malattia non può superare un determinato limite (ad esempio 180 giorni nell'arco di un anno solare). Ai fini della determinazione del periodo di comporto, quando il contratto collettivo fa riferimento all’anno di calendario, si deve intendere il periodo di tempo compreso tra l'1 gennaio e il 31 dicembre di ogni anno; mentre quando fa riferimento all’anno solare si deve intendere un periodo di 365 giorni computati dal primo giorno di malattia. Il periodo di comporto è suscettibile di interruzione per effetto della richiesta del lavoratore di godere delle ferie già maturate. Alla fine del periodo di comporto il datore di lavoro può recedere dal contratto nel rispetto delle procedure previste per il licenziamento individuale. La scadenza del periodo, infatti, non determina lo scioglimento automatico del rapporto, ma è necessario uno specifico atto di recesso del datore di lavoro. Il recesso del datore di lavoro, da intimare per iscritto, deve essere tempestivo, in caso contrario l’inerzia prolungata del datore di lavoro equivale a rinuncia. In alcuni contratti collettivi è prevista la possibilità di chiedere un periodo di aspettativa non retribuita, una volta superato il termine di comporto. In caso di malattia a cavaliere di due anni, ai fini del computo del periodo massimo indennizzabile, trova applicazione il principio in base al quale le giornate di malattia sono attribuite ai rispettivi anni mentre la malattia si considera come unico episodio morboso. In questi casi è possibile che il lavoratore abbia ancora diritto all’indennità corrisposta dall'Inps, in quanto il periodo massimo indennizzabile si azzera ogni 1 gennaio, ma che il datore di lavoro receda dal contratto per superamento del periodo di comporto che, come detto, segue criteri di calcolo differenti basati sull’unico episodio morboso. Nell’ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro in presenza di contratto a tempo determinato, il diritto all’indennità economica previdenziale continua comunque per un periodo di 60 giorni dopo la cessazione o la sospensione del rapporto stesso.
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DISCUSSIONI ARCHIVIATE

debora

10/05/2013 16:39:56

Scusate, non mi è chiara una cosa: sono impiegata a tempo indeterminato con contratto artigiani-alimentari, da quello che ho capito il 31 Dicembre si azzerano i giorni di malattia e quindi dal 1 gennaio ripartono i 180 giorni? Io sono malata e non posso neanche uscire di casa, sono in malattia dal 1 novembre 2012.Dal 1gennaio 2013 posso contare ancora 180 giorni? Grazie della risposta. Debora

risposta del Professionista

13/05/2013 12:00:46

Buongiorno,
per quanto riguarda la malattia, bisogna distinguere il periodo di conservazione del posto (cosidetto "periodo di comporto") dal periodo massimo di indennizzo da parte dell'INPS.
Il periodo di conservazione del posto viene stabilito dal CCNL di riferimento e nel caso degli Alimentari Artigiani, è stabilito in 12 mesi (nel caso di più assenze, tale periodo si intende riferito ad un arco temporale di 24 mesi).
Al raggiungimento del periodo massimo di comporto cessa definitivamente di essere corrisposta l'indennità di malattia, sia da parte del datore di lavoro che da parte dell'INPS.
Per quanto riguarda invece l'indennizzo da parte dell'INPS questo è stabilito per legge nella durata massima di 180 giorni nell'anno solare per cui a fine anno il contatore si azzera, fino al raggiungimento del periodo massimo di comporto di cui sopra.

Cordiali saluti.

Margherita Rosati

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