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Articolo 18

del 27/02/2012
CHE COS'È?

Articolo 18: definizione

L’articolo 18 è contenuto nella legge n. 300 del 1970, comunemente chiamata “Statuto dei Lavoratori” nella quale sono raccolte un insieme di norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”.
Lo Statuto comprende dunque buona parte delle regole e delle tutele più importanti e significative per il diritto del lavoro in Italia; l’approvazione di tale provvedimento non fu semplice e portò con se momenti di forte tensione sul piano politico e sindacale.
Il testo fu diviso in diversi titoli dedicati al rispetto della dignità del lavoratore, alla libertà ed alle attività sindacali, al collocamento e ad altre disposizioni transitorie.
L’articolo 18 rientra nel Titolo II – “Della libertà sindacale”. L’articolo 18 stabilisce la disciplina che trova applicazione nel caso in cui un giudice sancisca, con sentenza, l’inefficacia di un licenziamento (mancanza forma scritta del provvedimento o non esplicitazione dei motivi in forma scritta) o l’annullamento del licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiari la nullità, ordinando al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro; la ratio di tale norma è quella di impedire i cosiddetti licenziamenti ad nutum (lett., con un cenno), immotivati o discriminatori, ripristinando il diritto al lavoro leso.
La forte tutela apprestata dall’articolo 18 è conosciuta dagli addetti ai lavori anche come “regime di tutela reale” in quanto, oltre a riconoscere il risarcimento del danno a favore del lavoratore illegittimamente licenziato, prevede la materiale reintegra dello stesso lavoratore nel posto di lavoro occupato prima dell’ intimazione del provvedimento espulsivo che si considera, in ultima analisi, come mai avvenuto; in gergo atecnico ma comprensibile ai più, potremmo dire che al lavoratore è concessa, in caso di soccombenza giudiziale del datore di lavoro, il diritto/facoltà di tornare realmente al suo posto.

COME SI FA
Come detto, l’articolo 18 trova applicazione nei casi di accertamento giudiziale dell’illegittimità di un licenziamento; ma quali sono i datori di lavoro assoggettati al regime della reintegrazione oltre che al risarcimento del danno? 
Si tratta di quei datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori che:

  • in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupino più di 15 prestatori di lavoro (quindi almeno 16), o più di 5 (quindi almeno 6) se trattasi di imprenditore agricolo;
  • nell’ambito dello stesso comune occupino più di 15 dipendenti e alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupino più di 5 dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunga tali limiti;
  • in ogni caso occupino più di 60 prestatori di lavoro.
Il computo dei dipendenti andrà eseguito sulla base del criterio cosiddetto “della normale occupazione”, il quale implica il riferimento all’organigramma aziendale con riguardo al periodo di tempo antecedente al licenziamento e non anche a quello successivo (Cassazione, 17394/2011).
Pare altresì opportuno evidenziare come la legge 108 del 1990 ha disposto che l’articolo 18 dello Statuto, indipendentemente del dato occupazionale, non si applichi ai datori di lavoro che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto (cosiddette organizzazioni di tendenza); si può ritenere che la ratio della disposizione sia di salvaguardare la corrispondenza tra la finalità ideologica perseguita dal datore di lavoro e il comportamento tenuto dal lavoratore, per garantirne la sua piena adesione.
Esaminando da vicino il funzionamento dell’articolo 18 si osserva come la sentenza di reintegra “cancelli” il licenziamento, con diritto del lavoratore alla ricostituzione del rapporto come se esso non fosse mai stato risolto (efficacia ex tunc); il giudice, inoltre, con la sentenza con cui dichiara invalido o inefficace il licenziamento, condanna il datore al risarcimento del danno subito dal lavoratore, stabilendo una indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei relativi contributi previdenziali ed assistenziali; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto. 
Il legislatore, tenendo saggiamente in considerazione eventuali situazioni di fatto venutesi a creare sui luoghi di lavoro che avrebbero condotto il lavoratore a scegliere, nonostante una sentenza ad esso favorevole, di non rientrare in servizio, ha disciplinato lo strumento dell’indennità sostitutiva della reintegrazione, fermo restando il diritto all’indennità risarcitoria sopra descritta.
In buona sostanza, il lavoratore che non intenda riprendere il suo posto, può chiedere al datore di lavoro, in luogo della reintegrazione, una indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale di fatto; in presenza di una simile richiesta, il datore non ha altre opzioni ed è obbligato a pagare.
Ne consegue che il ritardo nel pagamento da parte del datore, comporta il risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni ulteriormente perdute fino a che il lavoratore non sia stato effettivamente soddisfatto (Cassazione 19244/2009).

CHI
Data la complessità della materia e le implicazioni processuali che derivano dall’ analisi dell’articolo 18, consigliamo di far riferimento, per maggiori informazioni o chiarimenti pratici, ad un esperto della materia quale un consulente del lavoro o un avvocato.

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