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Schiavitù

del 27/07/2017
CHE COS'È?

Schiavitù: definizione

La schiavitù in Italia è un reato previsto dall'articolo 600 del Codice Penale punito con la reclusione da un minimo di otto anni a un massimo di venti anni per chiunque costringa una persona all'accattonaggio, a prestazioni sessuali, a prestazioni lavorative o comunque all'esecuzione di attività illecite che implichino uno sfruttamento. Lo stesso reato si concretizza nel momento in cui su una persona vengono esercitati dei poteri che corrispondono al diritto di proprietà, viene ridotta o mantenuta in uno stato di soggezione continuativa o viene obbligata a sottoporsi al prelievo di organi. 


COME SI FA

Come si attua la schiavitù?

La riduzione di una persona in uno stato di soggezione e il suo mantenimento in tale condizione si verificano nel momento in cui si mette in pratica questa condotta con l'abuso di autorità, con l'inganno, con le minacce, con la violenza o approfittando di una situazione di necessità, di inferiorità psichica, di inferiorità fisica o di vulnerabilità della vittima. Lo stesso evento si materializza anche quando vengono promesse o concesse delle somme di denaro o vengono offerti dei vantaggi a persone che hanno autorità sulla vittima. Nel caso in cui la schiavitù sia compiuta con lo scopo di sfruttare la prostituzione o di sottoporre la vittima a un prelievo di organi, la pena viene aumentata da un minimo di un terzo a un massimo della metà. Lo stesso accade se a essere ridotti in schiavitù è un soggetto che non ha ancora compiuto diciotto anni.


CHI

Un avvocato penalista.


FAQ

1. Qual è la ratio legis?

Il reato di schiavitù è stato introdotto e poi aggiornato con l'intento di tutelare la persona umana nella sua individualità.

2. La padronanza su dei bambini implica il reato di schiavitù?

Per rispondere a questo interrogativo è necessario fare riferimento alla sentenza n. 4852 del 1990 della Cassazione, che rileva come l'acquisizione della padronanza assoluta su dei bambini, ottenuta con cessioni o rapimenti, costituisca una privazione completa della libertà altrui, soprattutto nel caso in cui i bambini stessi vengano tenuti in uno stato di soggezione e siano obbligati a rubare: tale sottomissione al potere personale dà vita a una situazione che è in tutto e per tutto paragonabile alla schiavitù.

3. Che differenza c'è tra il reato di induzione e sfruttamento della prostituzione e quello di riduzione in schiavitù?

La sentenza n. 26636 del 2002 della Cassazione sostiene che il concorso formale tra il reato di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione previsto dalla legge n. 75 del 1958 e quello di riduzione in schiavitù previsto dall'articolo 600 del Codice Penale sia ammissibile. La sentenza si riferisce alla vicenda di una donna non italiana che, dopo essere stata venduta, era stata obbligata a prostituirsi per pagare ed essere liberata. Essa, per altro, era indotta al meretricio con ripetuti maltrattamenti e con la violenza. L'obbligo di pagare per riscattare la propria libertà, che in realtà è una condizione nativa, è proprio il quid pluris che contraddistingue il reato di riduzione in condizione analoga alla schiavitù.

4. Esiste rapporto di specialità tra il delitto di maltrattamenti in famiglia e il reato di riduzione in schiavitù?

No, dal momento che i due reati intendono tutelare interessi differenti: il primo ha a che fare con la correttezza dei rapporti familiari, il secondo con lo status libertatis dell'individuo.
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