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Istigazione o aiuto al suicidio

del 20/12/2016
CHE COS'È?

Istigazione o aiuto al suicidio: definizione

L'istigazione o aiuto al suicidio è un reato previsto dall'articolo 580 del Codice Penale, che prevede la punizione con la reclusione da cinque a dodici anni per chiunque agevoli l'esecuzione del suicidio di un'altra persona (in qualunque modo lo si faccia), o comunque rafforzi il proposito altrui o induca una persona a suicidarsi. Tale periodo di reclusione è stabilito unicamente nel caso in cui il suicidio si verifichi; se, invece, il suicidio non si verifica, il periodo di reclusione previsto va da un minimo di uno a un massimo di cinque anni. Diverso è il caso in cui dal tentativo di suicidio scaturisca una lesione personale grave o gravissima: in questa eventualità si fa riferimento al reato correlato. L'agevolazione al suicidio viene considerata tale anche nel caso in cui si concretizzi in un'omissione, ma solo se il soggetto è vincolato a un obbligo giuridico di evitare che l'evento si verifichi. 


COME SI FA

Qual è la ratio legis?

Lo scopo di tale dispositivo è quello di tutelare l'interesse pubblico, dal momento che il bene della vita è indisponibile (anche se il suicidio non viene punito nell'ordinamento penale italiano).


CHI

Un avvocato penalista.


FAQ

1. Che cosa si intende con "rafforzamento dell'altrui proposito suicida"?

Il dispositivo dell'articolo 580 del Codice Penale usa questa espressione per indicare uno dei comportamenti che possono essere puniti per istigazione o aiuto al suicidio. Perché tale reato si possa configurare è necessario che venga dimostrato in modo oggettivo il contributo dato all'azione di suicidio altrui; inoltre, occorre che venga prefigurato l'evento come direttamente correlato alla condotta in questione. Entrando più nello specifico, vale la pena di prendere in considerazione la sentenza n. 3924 del 2007 della Corte di Cassazione, in cui si segnala che in quanto all'elemento psicologico è richiesto unicamente il dolo generico, ma è indispensabile che nell'agente sussista la consapevolezza della serietà del proposito di suicidarsi da parte della persona che intende togliersi la vita. Tale sentenza riguarda un episodio con protagonista un ragazzo la cui fidanzata aveva manifestato il proposito di suicidarsi buttandosi dal balcone (cosa che poi aveva effettivamente fatto) in conseguenza di una scenata di gelosia: il ragazzo l'aveva incoraggiata a parole a mettere in atto il suo proposito (quello di suicidarsi, appunto) non pensando che lei lo avrebbe fatto realmente (in quanto già in precedenza aveva ipotizzato di togliersi la vita senza poi farlo). Il giudice di merito aveva escluso la sussistenza del reato a carico del ragazzo, e la Cassazione aveva ritenuto corretta questa interpretazione.

2. Qual è la differenza tra il reato di istigazione o aiuto al suicidio e il reato di omicidio del consenziente?

La linea di demarcazione deve essere identificata nella modalità con la quale la condotta viene messa in pratica, sempre tenendo in considerazione la volontà della vittima in relazione al comportamento di chi compie il reato. L'omicidio del consenziente si verifica nel momento in cui l'agente si sostituisce al soggetto che intende suicidarsi se assume l'iniziativa in prima persona, anche se con il consenso dell'altro, non solo dal punto di vista della causazione materiale, ma anche dal punto di vista della determinazione volitiva. Si è in presenza di istigazione o aiuto al suicidio, invece, se la vittima mantiene il dominio della propria azione e realizza il proposito di togliersi la vita di mano propria. Il riferimento in materia è la sentenza n. 3147 del 1998 della Corte di Cassazione.
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