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Donazione fatta da persona incapace

del 07/01/2013
CHE COS'È?

Donazione fatta da persona incapace: definizione

“La donazione è il contratto col quale, per spirito di liberalità, una parte arricchisce l’altra, disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa una obbligazione” (art. 769 c.c.). Il patrimonio del donante subisce un depauperamento a fronte dell’arricchimento patrimoniale del donatario. L’elemento che caratterizza la donazione è che il soggetto donante, al momento del compimento dell’atto, abbia la coscienza di conferire ad altro soggetto, senza esservi costretto, un vantaggio patrimoniale: in dottrina si parla di animus donandi. L’art. 774 c.c. stabilisce una serie di regole in ordine al requisito soggettivo della “capacità” del donante. Secondo la norma in commento “non possono fare donazione coloro che non hanno la piena capacità di disporre dei propri beni. E’ tuttavia valida la donazione fatta dal minore e dall’inabilitato nel loro contratto di matrimonio a norma degli articoli 165 e 166”. La disciplina della donazione si caratterizza per la forte tutela garantita al donante, essendo quest’ultimo il soggetto che, in tale tipologia di negozio, subisce una diminuzione patrimoniale senza ottenere alcuna contropartita. Espressione di questa tutela è la circostanza che l’atto di donazione è sempre stato considerato un atto a carattere personalissimo, motivo per cui è esclusa la rappresentanza. Non è possibile che il rappresentante legale di un soggetto incapace ponga in essere una donazione avente ad oggetto i beni di quest’ultimo. Una disciplina particolare è prevista per le donazioni fatte dal minore e dall’inabilitato nel loro contratto di matrimonio. L’articolo in commento prevede che in queste ipotesi la donazione è valida se vengono rispettate le condizioni previste dagli articoli 165 e 166 c.c. In questi casi l’incapace deve partecipare personalmente all’atto e il legale rappresentante deve limitarsi ad assisterlo integrando la sua capacità.

COME SI FA

L’art. 775 c.c., disciplina le conseguenze in ipotesi di “Donazione fatta da persona incapace d’intendere o di volere”.

L’articolo citato così recita: “La donazione fatta da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace di intendere o di volere al momento in cui la donazione è stata fatta, può essere annullata su istanza del donante, dei suoi eredi o aventi causa.”

I soggetti legittimati attivamente all’azione di annullamento sono: il donante, i suoi eredi e gli aventi causa.

Nell’ipotesi della donazione, contrariamente a quanto viene previsto in generale dall’art. 428 c.c., ai fini dell’esperibilità dell’azione di annullamento non è richiesta la prova della “mala fede” dell’altro contraente (donatario).

Stante il carattere gratuito dell’acquisto patrimoniale, il legislatore non ha ritenuto socialmente apprezzabile e degno di tutela l’“affidamento” eventualmente ingenerato nel donatario.

Come si evince dall’art. 775 c.c. l’azione di annullamento dell’atto è esperibile anche in ipotesi di incapacità naturale  “transitoria” di una persona non interdetta.

Ciò che rileva è, dunque, lo stato naturale in cui si trovava il donante al momento del compimento dell’atto.

Esempi di incapacità naturale transitoria possono essere la ubriachezza, il delirio, l’ipnosi, accentuati fenomeni di senilità, qualora siano idonei a produrre una menomazione della capacità di intendere e di volere, incidendo sulla capacità di autodeterminazione del soggetto.

Sul piano probatorio, ai fini della valutazione circa la mancanza del requisito della “capacità” e, dunque, dell’annullabilità dell’atto, può essere considerato il comportamento tenuto dal donante, sia prima che dopo il compimento della donazione. Può assumere rilevanza anche la eventuale “sproporzionatezza” e “irragionevolezza” dell’atto.

La giurisprudenza considera ammissibile, in tale ambito, il ricorso alla prova per presunzioni ed a quella per testimoni. Si ritiene che il divieto di cui all’art. 2721 c.c. non verrebbe violato in quanto si tratterebbe di provare non il contenuto di un contratto ma la mancanza di uno dei presupposti per la sua validità.

Le valutazioni del giudice sulle prove fornite riguardo alla “incapacità” del donante, se risultano motivate con argomentazioni congrue, esenti da vizi logici e da errori di diritto, sfuggono al sindacato di legittimità.

Quanto al profilo della prescrizione dell’azione il secondo comma dell’art. 775 c.c. stabilisce che la stessa “si prescrive in cinque anni dal giorno in cui la donazione è stata fatta.”

In ordine alla legittimazione attiva dell’erede si precisa che la stessa deriva dal fatto che quest’ultimo eredita il diritto all’azione presente nel patrimonio del de cuius.

Il dies a quo della decorrenza del termine di prescrizione rimane la data della donazione e se la successione si apre quando l’azione è già prescritta all’erede non spetta alcun diritto.


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