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Equa riparazione per irragionevole durata dei processi

del 20/03/2013
CHE COS'È?

Equa riparazione per irragionevole durata dei processi: definizione

Il diritto alla equa riparazione dei danni da eccessiva durata dei processi è il diritto ad essere risarciti per aver subito le lungaggini processuali di un processo dalla durata eccessivamente ed irragionevolmente lunga. Tale diritto è sancito nell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e disciplinato dall’ordinamento italiano nella L. 89/2001, nota come “Legge Pinto”, recentemente modificata con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83 (cd. Decreto Sviluppo). La durata ragionevole del processo viene fissata in tre anni per il giudizio di primo grado, due anni per il giudizio di secondo grado e un anno per il giudizio di cassazione. Si considera ragionevole il procedimento di esecuzione forzata che si sia concluso in tre anni, la procedura concorsuale che si sia conclusa in sei anni. La legge prevede, inoltre, le ipotesi nelle quali non viene riconosciuto alcun indennizzo.

COME SI FA
Per garantire la terzietà e l’indipendenza del Giudice chiamato a decidere sulla domanda di risarcimento, è stabilito che competente a giudicare sulla domanda di equa riparazione sia la Corte d’Appello territorialmente più vicina a quella cui appartiene il Giudice davanti al quale si è svolto il procedimento in cui si assume essersi verificata la violazione. La domanda di risarcimento del danno da irragionevole durata del processo può essere presentata, a pena di decadenza, entro 6 mesi dalla data di passaggio in giudicato della sentenza emessa in ritardo. La domanda si propone con ricorso presentato al Presidente della Corte d’Appello competente. Il ricorso è proposto nei confronti del Ministro della giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, nei confronti del Ministro della difesa quando si tratta di procedimento del giudice militare, negli altri casi nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze. Al ricorso devono essere allegati in copia autentica: tutti gli atti di causa, i verbali ed i provvedimenti del giudice, il provvedimento che ha definito il giudizio, ove concluso con sentenza o ordinanza irrevocabili. Il Presidente della Corte d’Appello, o il magistrato della Corte a tal fine designato, provvede sulla domanda con decreto motivato da emettere entro trenta giorni dal deposito del ricorso. Se accoglie il ricorso, il Giudice ingiunge all’Amministrazione, nei cui confronti era stata presentata la domanda, di pagare senza dilazione la somma liquidata nel provvedimento a titolo di equa riparazione; nel decreto il Giudice liquida anche le spese del procedimento. Nell’accertare la violazione della durata ragionevole del processo il giudice considera la rilevanza ed il valore della causa, la natura degli interessi coinvolti, il comportamento tenuto dalle parti e dal giudice del processo durato eccessivamente. Il giudice determina, a titolo di equa riparazione del danno, una somma di denaro che varia da € 500,00 a € 1.500,00 per ciascun anno o frazione di anno superiore a sei mesi in cui il processo abbia superato i limiti sopra detti. Se il ricorso viene in tutto o in parte respinto la domanda non può più essere presentata ma avverso la pronuncia può essere proposta opposizione, di cui si dirà oltre. Il ricorso ed il decreto che accoglie la domanda sono notificati per copia autentica al soggetto nei cui confronti era stata presentata la domanda. Il decreto diventa inefficace se entro trenta giorni dal deposito in cancelleria, lo stesso non viene notificato e la domanda non può più essere proposta. Contro il decreto che ha deciso sulla domanda di equa riparazione può essere proposta opposizione nel termine di trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento o dalla sua notificazione. L’opposizione si propone con ricorso all’ufficio giudiziario cui appartiene il Giudice che ha emesso il decreto ma questi non può far parte del collegio che giudicherà l’opposizione. Se la domanda di equa riparazione viene dichiarata inammissibile o manifestamente infondata, il Giudice può condannare la parte al pagamento di una somma di denaro non inferiore ad € 1.000,00 e non superiore ad € 10.000,00.

CHI
Chi abbia subito un danno patrimoniale e non patrimoniale per effetto della violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole della durata del processo ha diritto ad una equa riparazione. Tale diritto spetta spetta a tutte le parti costituite nel processo: condizione essenziale è, quindi, aver preso parte attivamente al processo mediante la formale costituzione in giudizio. La parte, pertanto, non deve essere rimasta contumace perché chi ha scelto consapevolmente di non costituirsi, non può dire di aver subito un danno in conseguenza della durata eccessiva del processo: solo la parte che si sia costituita in giudizio può subire la sofferenza psichica causata dal superamento del limite ragionevole della durata del processo e ricevere la tutela di cui alla L. 89/2001. Per introdurre la domanda di equa riparazione del danno da irragionevole durata del processo è necessaria l’assistenza di un difensore: il ricorso, infatti, deve essere sottoscritto da un avvocato munito di procura speciale e deve contenere gli elementi di cui all’art. 125 c.p.c.

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