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Matrimonio contratto con violenza

del 13/10/2017
CHE COS'È?

Matrimonio contratto con violenza: definizione

Il matrimonio contratto per violenza rappresenta - secondo l'articolo 122 del codice civile - uno dei casi in cui il matrimonio stesso può essere impugnato dal coniuge che ha subìto la violenza. Si parla, a tal proposito, di vizio del consenso.


COME SI FA

In che cosa consiste un matrimonio contratto per violenza?

Si parla di matrimonio contratto per violenza per indicare l'eventualità in cui uno dei due coniugi sia ricorso a minacce per estorcere il consenso dell'altro. La violenza, dunque, è di tipo morale: il contratto di matrimonio, pertanto, può essere annullato.

Che cosa bisogna fare per annullare un matrimonio contratto per violenza?

Prima di tutto, è bene sapere che ci si deve muovere in tempi rapidi: se c'è stata coabitazione per un anno dal momento in cui la violenza è cessata, infatti, si decade dall'impugnazione. L'azione di nullità del matrimonio è intrasmissibile e personale: proprio per questo motivo non può essere proposta dal pubblico ministero in seguito alla morte del coniuge. Stando all'articolo 126 del codice civile, inoltre, il tribunale - nel corso della pendenza del giudizio di nullità - ha la facoltà di ordinare la temporanea separazione dei coniugi.


CHI

Un avvocato matrimonialista che si occupi di dimostrare che il consenso è stato estorto. 


FAQ

1. Quali sono gli altri casi in cui il matrimonio può essere annullato per vizio del consenso?

Un caso tipico è quello dell'errore sulle qualità personali dell'altro coniuge; ma vanno presi in considerazione l'errore sull'identità della persona dell'altro coniuge e il timore di eccezionale gravità derivato da cause esterne al coniuge (per esempio, un matrimonio che viene contratto con l'intento di scappare da una persecuzione di natura politica).

2. Che tipo di violenza può portare all'annullamento di un matrimonio?

L'ipotesi di annullamento di un matrimonio contratto con violenza è stata prevista dal legislatore per tutelare il coniuge che, a seguito di una violenza, abbia prestato il proprio consenso al matrimonio, che dovrebbe essere un atto libero e personale. Come si è detto, il riferimento non è a una violenza fisica ma a una violenza morale, tenendo presente che un sentimento di autosuggestione o di soggezione non è rilevante da questo punto di vista; in altri termini, il timore reverenziale - che magari si può spiegare con la posizione lavorativa del coniuge o con l'importanza della sua famiglia nella società - non può essere identificato con una violenza. Quest'ultima, invece, deve essere tale da impressionare una persona e da far sì che la stessa tema di essere esposta a un male notevole e ingiusto (o che a essere esposti a tale male siano i suoi beni o un suo familiare). Perché si possa parlare di matrimonio contratto con violenza, non è detto che la stessa debba provenire per forza dall'altro coniuge: può anche essere messa in atto da terzi. Inoltre, non è detto che la violenza debba essere riconosciuta dall'altro coniuge (se non è lui a provocarla, ovviamente). 

3. Che cosa accade nel caso di una violenza fisica?

La violenza fisica costituisce un caso a sé: si può verificare, per esempio, nell'eventualità di un matrimonio per procura, quando il coniuge viene costretto a firmare la procura, magari dopo che gli sono state somministrate delle droghe o dopo che è stato ipnotizzato. Dal momento che questo tipo di costrizione fa sì che il consenso del coniuge venga eliminato del tutto, il matrimonio può essere impugnato ed è considerato nullo.
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