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Contratti a termine: legittima l'indennità risarcitoria

del 13/12/2011

Contratti a termine: legittima l'indennità risarcitoria
La recente sentenza della Corte Costituzionale che giunge praticamente ad un anno dall’approvazione del Collegato Lavoro si presenta di grande interesse dal punto di vista giuridico ma anche di rilevante utilità pratica.
Essa infatti è intervenuta a chiarire alcune delle questioni emerse subito dopo l’approvazione del Collegato Lavoro ossia la scelta, operata dal legislatore, di limitare a un importo forfetario identificato tra un minimo e un massimo l’ammontare del risarcimento commisurato alle retribuzioni maturate e da corrispondere al lavoratore nei casi di accertamento giudiziale della nullità del termine apposto al contratto di lavoro.
Si tratta, in particolare, delle disposizioni di cui all’articolo 32, commi 5-7 della legge n. 183/2010. 
La Corte, dichiarando l’infondatezza di tutte le questioni avanzate dapprima dal Tribunale di Trani e successivamente anche dalla Corte di Cassazione, ha riconosciuto legittimo il sistema indennitario previsto dal Collegato lavoro, il quale stabilisce che nei casi di conversione del contratto a tempo determinato il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
In primo luogo la Consulta, respingendo le censure avanzate circa l’irragionevole riduzione del danno integrale, ordinariamente conseguibile dal lavoratore e pari alle retribuzioni spettanti dalla scadenza del termine – o dall’atto di messa in mora del datore di lavoro, secondo l’orientamento prevalente – sino alla riammissione in servizio nonché circa la sproporzione per difetto rispetto all'ammontare del danno realmente sofferto dallo stesso, ha chiarito (risolvendo, nel contempo, la questione circa la natura cumulativa o esclusiva dell’indennità) che la novella legislativa introduce un criterio del danno di più agevole, certa, ed omogenea applicazione che, coniugato alla garanzia della conversione del contratto di lavoro a termine in contratto di lavoro a tempo indeterminato, assicura, tramite la stabilizzazione del rapporto di lavoro, la protezione più intensa che possa essere riconosciuta ad un lavoratore precario.
Inoltre, a parere della Corte “la normativa impugnata risulta, nell’insieme, adeguata a realizzare un equilibrato componimento dei contrapposti interessi”: quelli del lavoratore (che si vede garantita la conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato e il pagamento di una indennità riconosciuta in ogni caso senza necessità né dell’offerta della prestazione, né di oneri probatori di sorta) e quelli del datore di lavoro nei confronti del quale è prevista la predeterminazione del risarcimento del danno dovuto per il periodo intermedio fino all’accertamento giudiziale del diritto del lavoratore alla ricostituzione del rapporto a tempo indeterminato. 
La Corte ha affermato che, un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, induce a ritenere che l’indennità risarcitoria “copra soltanto il periodo c.d. intermedio, quello cioè che passa tra la scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la conversione del rapporto”, mentre per gli eventi successivi, il lavoratore ha diritto al risarcimento nei termini ordinari e, quindi, non è esposto al rischio di subire un ristoro insufficiente per colpa dei ritardi del datore di lavoro. 
Sulla base di tali considerazioni, la Corte ha sostenuto che non sussiste alcun contrasto con l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato o con la Convezione Europea sui diritti dell’uomo in quanto, con la disposizione del Collegato lavoro viene certamente soddisfatta quell’esigenza di misure di contrasto dell’abusivo ricorso al termine nei contratti di lavoro, proporzionate e sufficientemente effettive e dissuasive.
Parimenti priva di fondamento è la questione circa la violazione della norma che tutela il diritto al lavoro di cui all’articolo 4 della Costituzione: infatti, ad avviso della Corte, “(…) resta affidata alla discrezionalità del legislatore la scelta dei tempi e dei modi di attuazione della garanzia del diritto al lavoro. E in questo caso, oltre tutto, la garanzia in questione è stata realizzata mediante la sancita “conversione” del contratto di lavoro”. 
Inoltre, ritenendo legittima l’applicabilità dell’indennità “a tutti i giudizi in corso”, secondo quanto disposto dal comma 7 dell’articolo in esame, la Consulta ha affermato che, sulla base dei principi enucleati dalla giurisprudenza della CEDU, nulla vieta al potere legislativo di introdurre disposizioni di portata retroattiva, qualora sussistano ragioni di utilità generale, le quali, nel caso di specie “possono essere ricondotte all’avvertita esigenza di una tutela economica dei lavoratori a tempo determinato più adeguata al bisogno di certezza dei rapporti giuridici tra tutte le parti coinvolte nei processi produttivi, anche al fine di superare le inevitabili divergenze applicative cui aveva dato luogo il sistema previgente”.  
Infine, la Corte ha considerato legittima anche la norma che riduce alla metà il limite superiore dell’indennità risarcitoria, secondo quanto stabilito dall’articolo 32, comma 6 della legge n. 183/2010: la ragionevolezza della previsione trae alimento dal favor del legislatore per i percorsi di assorbimento del personale precario disciplinati dall’autonomia collettiva.
Per maggior completezza dell’argomento, segnaliamo che il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 29910 del 16 novembre 2011, ha ritenuto non condivisibile l’interpretazione offerta dai Giudici di legittimità, in merito all’applicazione dell’articolo 32 legge n. 183/2010: “(…) nel caso che interessa l’interpretazione dell’art 32, comma 5, come offerta dalla Corte costituzionale, pone il lavoratore in una situazione di sostanziale svantaggio rispetto alla controparte, perché ogni richiesta o istanza che dovesse essere accolta determina per lui un effetto che ricade solo a suo carico, mentre il datore di lavoro inadempiente viene ad essere oggettivamente avvantaggiato da ogni sua richiesta o istanza che dovesse essere accolta (…). Ne deriva che la interpretazione dell’art 32, comma 5, della legge 183/10, ed in particolare la data finale del periodo coperto dalla indennità risarcitoria, già offerta da questo giudice in altre sentenze (fino alla data di proposizione del ricorso) deve essere mantenuta ferma”.

Avv. Luca Failla
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