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Le agenzie di rating e il declassamento dell'Italia

del 12/10/2011

Le agenzie di rating e il declassamento dell'Italia

Da un lato le agenzie di rating, che, si sa, devono valutare lo standing creditizio degli emittenti dei titoli di debito (obbligazioni) con i tradizionali requisiti di obiettività, indipendenza, trasparenza, pubblicità delle operazioni, adeguatezza di risorse organizzative e credibilità delle rigorose procedure.
Dall’altro lato gli emittenti, il cui dichiarato intento è quello di finanziare il debito con l’emissione di titoli che aiutino a rischedulare i flussi di cassa in uscita, consentendo, anche a fronte di oneri finanziari ulteriori, un approvvigionamento di liquidi in tempi brevi.
In mezzo gli investitori, i quali hanno un solo obiettivo: allocare la liquidità in eccesso rispetto al loro fabbisogno nel modo più efficiente possibile, vale a dire al più alto tasso di rendimento offerto dal mercato per un prestabilito grado di rischio (funzione, quest’ultimo, della propensione individuale).
Bene, ora lo scenario di mercato ha fatto sì che la propensione al rischio di un numero crescente di investitori sia sempre minore e, sia che si tratti di investitori istituzionali, sia che si tratti di singoli investitori privati, i titoli cosiddetti rifugio sono i titoli obbligazionari emessi dagli stati. Perché quando la contingenza economica di crisi di liquidità rende il rischio di insolvenza delle imprese piuttosto alto e diffuso, si è propensi a pensare che uno stato, oltre ad essere meno soggetto al rischio di default per le complesse dinamiche politiche, ci metta anche più tempo a fallire, consentendo un graduale disinvestimento.
Tutto ciò però ha una macroscopica distorsione: che si tratti dei criteri e delle procedure delle agenzie di rating o delle scelte di finanziare il debito degli emittenti o delle decisioni di allocazione dei risparmi degli investitori, tutto è dettato da logiche finanziarie mentre il rating è un indicatore sintetico di valutazioni legate al merito creditizio, cioè alla solvibilità. E la solvibilità non è un fenomeno solo finanziario o deducibile da qual si voglia numero. Anzi, gli aspetti comportamentali e di governance, a parità di cifre di bilancio, hanno un valore discriminante molto molto forte.
Questa distorsione è materia particolarmente delicata quando l’oggetto della valutazione è l’emittente stato. Perchè un downgrade o un upgrade, cioè la revisione al ribasso o al rialzo del giudizio sulla sovibilità dello stato, prima ancora dello spostamento di fondi da un titolo a un altro, comporta alcune riconsiderazioni degli equilibri politico-economici tra gli stati.
La revisione degli equilibri tra stati acquista una portata dirompente in uno scenario macroeconomico fragile e instabile quale l’attuale, dove tra poche settimane sapremo se la Grecia dovrà dichiarare il default o no; quindi vedremo come si propagherà l’effetto del debito greco, scopriremo chi e come dovrà farsene carico e soprattutto verificheremo se l’euro disegnerà ancora una zona geografico-economica dagli immutati contorni.
Ebbene, in questo frangente l’Italia ha subito il downgrade di tutte e tre le più prestigiose agenzie di rating: S&P ha rivisto il suo giudizio da A+ ad A, Moody’s da Aa2 ad A2 e Fitch da AA-ad A+. Siamo ben lontani dalle classi C assegnate alla Grecia, ma lo scossone, proprio per la tempistica con cui arriva, rischia di fare danni seri.
Non è né facile, ma soprattutto non ritengo sia opportuno lanciarci in giudizi del tipo "giusto o sbagliato", credo invece possa essere utile esaminare, seppure per sommi capi, le dinamiche che hanno portato l’Italia ad essere oggetto di tale attenzione.
Il disallineamento delle politiche fiscali tra gli Stati dell’euro zona non ha consentito mai all’euro di essere una moneta veramente unica, i diversi poteri di acquisto, i diversi tassi di disoccupazione e la diversa crescita del Pil, o dovremmo dire diversa velocità di decrescita, hanno reso il disallineamento delle politiche fiscali insopportabile.
Ricordiamo che siamo entrati in Europa rispettando i parametri grazie a una tassa una tantum del governo Prodi che ha consentito la messa in ordine dei conti ma non del sistema economico che avrebbe dovuto produrre i conti con lo stesso equilibrio negli anni a venire. Abbiamo fatto un’istantanea alla macchina quando era lucida e sembrava funizonante, ignorando che il motore non fosse adeguato e che non ci avrebbe affatto portati lontano.
Nessuno si sarebbe accollato la responsabilità di non entrare in zona euro e ben più gravoso sarebbe stato assumersi l’impegno di far entrare l’Italia in un secondo momento (avrebbero dovuto tutti lavorare per). Sta di fatto che in un mondo fortemente globalizzato sul piano industriale, decisamente internazionalizzato sul piano economico e monetario, ma paurosamente localizzato per quel che attiene le politiche fiscali e sociali, il nostro già complicato bilancio non riesce a trovare un equilibrio che sia credibile e sostenibile nel tempo. La cronaca politica dei quotidiani rende fin troppo scontata l’analisi sulla governance della classe dirigente del Paese; pertanto possiamo tralasciarla, nulla aggiungerebbe di interessante che non si possa già leggere nei nostri conti o nella considerazione che oggi gli Italiani riscuotono oltre frontiera (da un punto di vista sociologico incuriosisce come queste difficoltà economiche abbiano ristabilito le frontiere, mentre l’euro sembrava averle abbattute).
Se, come si legge sui siti internet delle agenzie di S&P, Moody’s e Fitch, la loro mission è aiutare gli investitori nell’allocazione efficiente del denaro e gli emittenti nel trovare le soluzioni più credibili al finaziamento del debito, allora la lettura politica al declassamento del rating italiano è del tutto fuorviante: si tratta di un giudizio rivisto al ribasso perché convincono molto poco i conti e si crede in una diminuita capacità di generare flussi di cassa futuri, perché il Paese non cresce e non sembra aver trovato soluzioni che rendano la crescita stimabile statisticamente.
Le critiche mosse con una certa frequenza alle società di rating offrono, a mio avviso, interessanti spunti di riflessione quando il rating in questione è quello aziendale, perché in quel caso la distorsione tra la logica finanziaria e quella operativa, più legata al credito, rischia di compromettere seriamente l’equità del giudizio.
Ad ogni modo, in entrambi i casi, sia che si tratti di rating del debito di uno Stato, sia che si tratti del rating di un emittente privato, è d’uopo ricordare che le tre agenzie di rating sono di derivazione anglosassone e l’approccio americano al ruolo delle agenzie di rating è molto diverso da quello europeo.
In America il rating aiuta ad aumentare l’effetto speculativo, mentre l’Europa tende a ridurre tale effetto, volendo perseguire una rigida regolamentazione per la vigilanza del mercato.
A conferma di quanto sopra la dichiarazione di Sabatini (ABI) al convegno”'Finanziare la ripresa. Un nuovo rapporto tra Pmi e banche”', riportata da Radiocor: "Mi chiedo allora se abbia ancora senso che importanti pezzi di regolamentazione di stabilità così come i meccanismi essenziali per la gestione della liquidità in Europa debbano dipendere dalle valutazioni di un monopolio di tre soggetti, non sottoposti a vigilanza, i cui giudizi sono opachi e soggettivi se non interessati. [….]. Abi, e sono certo che con noi sono disposti a lavorare gli amici delle associazioni di impresa, è pronta a fornire qualche contributo di riflessione. [….] Mi sembra infatti un controsenso che la Bce bruci miliardi di euro per intervenire sul mercato a sostegno dei debiti sovrani dei paesi in difficoltà e poi questi sforzi siano cancellati di colpo con un downgrading reso autorevole proprio dalle regole interne della stessa Bce." (da RADIOCOR del 10-10-11 12:55:36).
E’ dal 2003 che l’Europa si preoccupa di regolamentare l’utilizzo dei rating e dal 2010 le agenzie di rating che vogliano vedere utilizzata nella UE la loro valutazione del rischio di credito devono presentare domanda di registrazione al Comitato dei regolatori delle Borse – Cesr (dal 1 gennaio 2011 sostituito dal European Securities and Markets Authority - ESMA, organo dello European System of Financial Supervisors). All’epoca l’accusa degli stati alle agenzie era di non riuscire ad aggiornare i rating nei tempi dovuti e che le agenzie non avevano saputo allineare tempestivamente i giudizi alla situazione economica in grave peggioramento.
A volte le situazioni complesse possono essere risolte da soluzioni talmente semplici da non essere osservate. Mi chiedo se non sia più facile cercare di utilizzare con coerenza i rating e osservarli dal lato meramente speculativo, senza dar loro dignità di giudizio assoluto sulla qualità di uno stato, piuttosto che investire energie e tempo nel cercare una censura di sistema, per governare l’ingovernabile. La IOSCO (International Organization of Securities Commissions) definisce il credit rating come un’opinione avente ad oggetto il merito di credito di titoli a reddito fisso o degli emittenti tali titoli, usando un sistema di classificazione prefissato e definito.
Ora, vogliamo regolamentare e standardizzare le opinioni?

Dott.ssa Antonella Simone
ADZ Morison

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COMMENTI

francesco

21/11/2019 17:07:43

secondo me l'agenzia di rating può subire da parte dello Stato un azione di risarcimento danni, laddove il proprio giudizio sia sbagliato.

Con l'inserimento dei miei dati dichiaro di aver preso visione ed accettato il Trattamento dei Dati
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