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Il ruolo delle indagini difensive nel processo Knox - Sollecito

del 05/10/2011

Il ruolo delle indagini difensive nel processo Knox - Sollecito

I Giudici della Corte d'Assise d'Appello di Perugia, dopo undici ore di Camera di Consiglio, alle ore 21.45 del 3 ottobre 2011 hanno pronunciato la sentenza che ha disposto la liberazione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, dopo quattro anni di carcere: "visto l'articolo 605 del Codice di Procedura penale, in parziale riforma della sentenza della Corte d'Assise di Perugia del 4 e 5 dicembre 2009, assolve Amanda Knox e Raffaele Sollecito dai capi A) omicidio aggravato B) porto d'armi C) violenza sessuale aggravata e D) furto di telefoni cellulari per non aver commesso il fatto e dal capo E) simulazione di reato aggravata, perchè il fatto non sussiste”.
Conferma, invece, la condanna di Amanda Knox ad anni 3 di reclusione per il reato di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, non modificando le statuizioni civili risarcitorie nei suoi confronti, condannando, altresì, Amanda alle spese legali del secondo grado di giudizio, liquidate dalla Corte in € 22.170,00 per diritti e onorari, oltre spese generali e oneri di legge.
Questo il dispositivo. La motivazione sarà depositata, salvo ritardo, entro i richiesti 90 giorni.
La sentenza costituisce il secondo atto di un rilevante evento processo mediatico. Il terzo sarà deciso dalla Cassazione, che sarà impegnata dai ricorsi della Pubblica Accusa, già preannunciati.
Amanda Knox e Raffaele Sollecito, allora fidanzati, erano stati arrestati il 6 novembre del 2007, insieme a Patrick Lumumba Diya poiché indagati per l'omicidio di Meredith Kercher (studentessa inglese di 22 anni, in Italia con il programma Erasmus, trovata assassinata da una coltellata alla gola, nell'appartamento che condivideva con Amanda).
La vicenda assumeva da subito importanza mediatica e si moltiplicavano, sotto l'occhio costante dei mass media, gli accessi al luogo del delitto da parte della Polizia Giudiziaria per tutti i rilievi del caso, alla ricerca della soluzione data dagli esami di DNA trovati sui reperti.
L'esame di un coltello da cucina sequestrato a casa di Raffaele Sollecito presentava tracce di DNA di Amanda e di Meredith.
Nel frattempo le indagini proseguivano e gli indagati rendevano alla Procura procedente la propria versione dei fatti. Di qui la scarcerazione di Patrick Lumumba (il cui procedimento veniva poi archiviato dal Giudice per le Indagini Preliminari) e l'arresto di Rudy Hermann Guede, rintracciato in Germania il 20 novembre del 2007.
I Pubblici Ministeri, ritenute le indagini concluse, formulavano richiesta di rinvio a giudizio per i tre indagati (Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Hermann Guede) per il reato di omicidio in concorso, aggravato dall'aver agito per futili motivi.
Rudy Hermann Guede accedeva al rito abbreviato: ossia il giudizio avanti al Giudice per l'Udienza Preliminare, celebrato allo stato degli atti che si trovavano a fascicolo e che comporta automaticamente per l'imputato lo “sconto” di un terzo di pena. Ciò gli consentiva, a fronte della richiesta di ergastolo dei PM, di definire il giudizio di primo grado con condanna ad anni 30.
Tale sentenza veniva impugnata e la condanna veniva ridotta in secondo grado (18 novembre 2009) ad anni 16 di reclusione in ragione della concessione dell'ulteriore riduzione per le circostanze attenuanti generiche, escluse dal primo Giudice.
Parallelamente, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, che non avevano scelto il rito alternativo, erano sottoposti a processo ordinario avanti la Corte d'Assise di Perugia. Iniziato il 18 gennaio 2009, esaurita l'istruttoria dibattimentale e l'audizione di tutti i testi e gli operanti di Polizia Giudiziaria che avevano eseguito le indagini, il processo di primo grado terminava il 5 dicembre 2009 con la condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l'omicidio di Meredith: anni 26 di reclusione per la Knox ed anni 25 per Sollecito (sentenza la cui motivazione è stata depositata il successivo 4 marzo 2010).
In considerazione di sì grave condanna, le porte del carcere non schiudevano, ritenendo la Corte d'Assise di mantenere la custodia cautelare in carcere dei due imputati. D'altra parte, la Cassazione si era già pronunciata in data 1 aprile 2008 sulla legittimità della custodia in carcere in seguito al ricorso degli imputati, comportando, in tal modo il formarsi di un “giudicato” cautelare che non poteva essere rivalutato, a maggior ragione, dopo una condanna a tanti anni di carcere.
Occorrevano elementi nuovi, che potessero fornire ai Giudici nuovi spunti su cui ragionare. Per tale ragione le difese chiedevano, attraverso i motivi d'appello, che i Giudici della Corte d'Assise d'Appello decidessero per un parziale rinnovazione del dibattimento.
I Giudici dell'Appello in genere, decidono i ricorsi rivalutando quanto già acquisito nel dibattimento e quanto già a fascicolo (trascrizioni delle udienze e le relative dichiarazioni testimoniali ivi assunte, documenti già a fascicolo, perizie). Laddove, tuttavia, sia ritenuto assolutamente indispensabile ai fini del decidere possono riaprire parzialmente il dibattimento per assumere alcune prove che in primo grado non sono state assunte, o lo sono state in maniera dubbia, o poco convincente.
Sarà il difensore a dover convincere i Giudici dell'Appello che vi sia tale necessità, anche utilizzando consulenti della difesa che possano fornire apporti tecnico-scientifici per una compiuta valutazione delle risultanze di indagine – in particolare ove siano state espletati rilievi peritali.
Un illustre ed esperto Giudice, Edoardo Mori, che da sempre ha lottato per la difesa della Giustizia con la “G” maiuscola, all'interno della sua categoria, in una intervista rilasciata a Il Giornale (domenica 18 settembre 2011, pag. 18-19, intervista di Stefano Lorenzetto), così si esprimeva in tema di indagini peritali : "I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l'indagato può pagarsi un avvocato ed un buon perito, l'esperienza dimostra che l'accertamento iniziale era sbagliato. I medici, i loro errori li nascondono sotto terra; i giudici, in galera... L'indagato innocente avrebbe più vantaggi dall'essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie” .
Ecco, dunque che le indagini difensive possono risultare utili per confutare le risultanze offerte al Pubblico Ministero da parte della Polizia Giudiziaria o dei propri consulenti. Ecco che, se non espletate in primo grado, possono risultare d'aiuto per convincere con forza il Giudice dell'Appello a rinnovare il dibattimento ed approfondire le risultanze del primo grado.
Nelle 281 pagine dell'appello, tra le numerose censure della sentenza di condanne, i difensori di Sollecito (Avv. Giulia Bongiorno e Avv. Luca Maori), avevano tra l'altro chiesto alla Corte d'Assise d'Appello di rinnovare il dibattimento per l'espletamento di nuovi incarichi peritali e nuove perizie su gran parte dei reperti utilizzati dall'accusa per sostenere la colpevolezza degli imputati.
La Corte d'Assise ha disposto la parziale rinnovazione del dibattimento, conferendo incarico peritale ad esperti che potessero rivalutare le risultanze utilizzate dal PM prima e dalla sentenza di primo grado poi per giungere alla condanna, con particolare riferimento al coltello ed al gancetto del reggiseno.
I periti hanno spiegato perché a loro avviso nelle indagini scientifiche non sono state seguite le procedure internazionali (citando come parametro quelle negli Usa). Hanno depositato la perizia il 29 giugno 2011 hanno successivamente illustrato in Aula i risultati delle loro analisi , smontando il lavoro della scientifica. Hanno sottolineato come il gancetto del reggiseno della vittima fosse stato raccolto con un guanto sporco.
Anche l'illustre Giudice Edoardo Mori, sempre nell'intervista a Il Giornale, sopra citata, forte della propria esperienza personale e professionale, inorridiva nel vedere come erano stati trattati i reperti nel caso Knox: “Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l'ambiente col DNA dell'operatore, ma non per manipolare una possibile prova perchè dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e mono uso. I guanti non fanno altro che trasportare DNA presenti nell'ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successiv. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c'era il DNA anche della Dott.ssa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox”.
Attraverso la nuova perizia disposta dalla Corte d'Assise d'Appello di Perugia sono emersi errori metodologici che, all'evidenza, non hanno consentito di mantenere la conclusione di colpevolezza cui erano giunti i primi Giudici attraverso il processo indiziario.
Non ci resta che attendere le motivazioni della Corte, tra 90 giorni, per comprendere quali aspetti abbiano maggiormente inficiato il costrutto dell'accusa, portando così, dopo 4 anni, al ribaltamento della sentenza di primo grado in favore di Raffaele Sollecito e Amanda Knox.
Seguiranno, infine (in seguito alla decisione della Cassazione) i prevedibili procedimenti degli stessi nei confronti dello Stato italiano, per il risarcimento per l'ingiusta detenzione causata dall'errore giudiziario.

Avv. Barbara Sartirana
Studio Legale Avv. Barbara Sartirana

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