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Rischi ambientali

del 02/02/2012
CHE COS'È?

Rischi ambientali: definizione

Con la pubblicazione del decreto legislativo 7 luglio 2011, n.121 si è concluso il recepimento della direttiva comunitaria 2008/99/CE in materia di tutela penale dell’ambiente, varata dal legislatore comunitario per rafforzare la disciplina di contrasto contro i fenomeni di aggressione all’ambiente considerato nel suo complesso.
La direttiva prevede fattispecie modulate sia sulla tutela della persona, nella misura in cui il comportamento illecito è idoneo a provocare il decesso o le lesioni gravi dei singoli, che sulla tutela del “bene ambiente” laddove si richiede che la condotta illecita abbia provocato un danno rilevante alle componenti naturali dell’ambiente.
Il decreto legislativo 121/2011 ha operato, nello stabilire i reati da introdurre nel catalogo di quelli presupposto della responsabilità amministrativa degli Enti, scelte selettive.
I reati presi in considerazione dalla novella sono quasi tutti di pura condotta e non di evento come quelli in materia antinfortunistica contemplati dall’articolo 25 – septies.
Per garantire l’applicazione di una Politica ambientale, l’azienda potrebbe programmare di ottenere la certificazione UNI EN ISO 14001:2004 (modello organizzativo efficace per il presidio dei rischi ambientali).
Il decreto legislativo 121/2011 non fornisce alcun indirizzo circa le modalità operative attraverso le quali l’ente possa esimersi dal rispondere dei reati ambientali.
Conseguentemente, l’adozione ex ante di idonee cautele rischia di non bastare ad escludere la responsabilità per l’ente. Il serrato controllo delle attività d’impresa rappresenta l’unico strumento del quale le società, ad oggi, possono servirsi per cercare di arrivare “pronte” all’appuntamento con il verificarsi di un illecito ambientale, coordinato e monitorato dall’Organismo di Vigilanza.
Il rispetto delle norme contenute nel decreto legislativo 231/2001, prevede il rispetto dei seguenti principi di controllo:

  • esistenza di disposizioni aziendali/procedure formalizzate/prassi operative/dotazione tecnologica;
  • tracciabilità per le verifiche ex post;
  • segregazione dei compiti al fine di separare la responsabilità tra chi autorizza, chi esegue e chi controlla il processo;
  • poteri autorizzativi di firma chiaramente definiti e conosciuti all’interno dell’Organizzazione;
  • attività di monitoraggio finalizzata alla verifica e aggiornamento periodico/tempestivo del sistema dei controlli di processo, del sistema di deleghe, procure, responsabilità, in coerenza con il modello di governance e organizzativo.
Le potenziali aree a rischio e gli aspetti più significativi del dettato normativo riguardano, in sintesi:

  • emissioni in atmosfera;
  • acque reflue;
  • siti industriali contaminati;
  • rifiuti industriali.
L’introduzione dell’articolo 25-undecies decreto legislativo 231/2001 allarga il catalogo dei reati presupposto a taluni reati ambientali:

  • inquinamento (acque, aria, rifiuti, reati contenuti nel TUA, decreto legislativo 152/2006);
  • commercio internazionale di specie animali e vegetali protette (l. 150/1992);
  • produzione e impiego di sostanze lesive dell’ozono (legge 549/1993); inquinamento provocato da navi (decreto legislativo 202/2007);
  • uccisione/distruzione di animali o specie vegetali protette /articolo 727-bis codice penale);
  • distruzione o deterioramento di habitat (articolo 733-bis codice penale).
In particolare, in tema di rifiuti, sono sanzionate le seguenti fattispecie: gestione abusiva (raccolta, smaltimento, commercio, trasporto ecc.); inosservanza delle prescrizioni dell’autorizzazione; discarica abusiva; traffico organizzato di rifiuti; omessa bonifica; violazione della disciplina Sistri; trasporto di rifiuti pericolosi senza formulario e mancata annotazione nel formulario dei dati relativi (articolo 258, comma 4 secondo periodo); spedizione illecita di rifiuti (articolo 259, comma 1).

Esempi: acque
  • scarico idrico non autorizzato di sostanze pericolose;
  • scarico con superamento dei valori soglia per sostanze pericolose; scarico su suolo, sottosuolo e acque sotterranee;
  • scarico in violazione delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione.

Esempi: aria
  • articolo 279, comma 5, decreto legislativo 152/2006 
  • emissione in atmosfera di fumi oltre i valori soglia e di qualità dell’aria previsti dalla normativa vigente.
Tutte le fattispecie di reato contemplate nell’articolo 25-undicies devono essere prese in considerazione, tra gli altri, dal danneggiamento dell’habitat, passando per la falsificazione dei certificati, fino all’inquinamento colposo.

L’articolo 25-undecies non contempla le seguenti ipotesi di reato:

  • abbandono di rifiuti-deposito irregolare;
  • disastro ambientale (colposo e doloso);
  • avvelenamento acque;
  • danneggiamento idrico;
  • getto pericoloso di cose;
  • incidenti rilevanti; sostanze pericolose; AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale); normativa su discariche.
Dott. Mario Basilico
Ordine dei Commercialisti ed Esperti Contabili di Busto Arsizio
Interprofessionale Srl

COME SI FA
La struttura della norma prevede la possibilità di esenzione dalle sanzioni previste dal decreto, nel caso vi siano i presupposti per la condanna dell’Ente.
La condizione necessaria è la predisposizione di ciò che la norma definisce “un modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi”.
L’articolo 6 riguarda i soggetti apicali, per i quali incombe sull’Ente l’onere, al fine di beneficiare dell’esenzione, di provare che:

  • a) l'organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
  • b) il compito di vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento e' stato affidato a un organismo dell'ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;
  • c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;
  • d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell'organismo di cui alla lettera b).
Il secondo comma individua alcuni requisiti basilari che i modelli di cui al primo comma devono rispettare:
  • a) individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati;
  • b) prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l'attuazione delle decisioni dell'ente in relazione ai reati da prevenire;
  • c) individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati;
  • d) prevedere obblighi di informazione nei confronti dell'organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei modelli;
  • e) introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.
La norma prevede, inoltre, che i modelli possano essere adottati sulla base dei codici di comportamento redatti dalle associazioni di categoria rappresentative degli enti.
Questo consente di avere delle linee guida sulla completezza dei modelli adottati, almeno formalmente. Il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli deve essere affidato ad un organismo dell’ente (Organismo di vigilanza), dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo.

CHI
L’Ente (qualsiasi società – di persone o di capitali – o associazione), avvalendosi delle proprie strutture e/o con l’affiancamento di professionisti qualificati, può dare corso all’implementazione di un Modello organizzativo idoneo a prevenire le ipotesi di reato.
Il decreto legislativo 231/2001 prevede che sia istituito un organismo al quale affidare il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza del Modello, nonché di curarne l’aggiornamento.
Tale Organismo di Vigilanza (OdV) deve essere interno alla Società (articolo 6. 1, b del decreto legislativo 231/2001) e dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo.
Le Linee Guida di Confindustria suggeriscono che si tratti di un organo interno diverso dal Consiglio di Amministrazione, caratterizzato da autonomia, indipendenza, professionalità e continuità di azione.
Tale autonomia presuppone che l'OdV risponda, nello svolgimento di questa sua funzione, solo al massimo vertice gerarchico (Presidente del Consiglio di Amministrazione, Amministratore Delegato, Consiglio di Amministrazione, Collegio Sindacale).

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