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Fallimenti, il fisco stia in coda e non sorpassi

del 05/07/2013
di: di Antonio Ciccia
Fallimenti, il fisco stia in coda e non sorpassi
Bocciata l'estensione retroattiva del privilegio per sanzioni e tributi erariali.

Lo stato, dunque, non può passare davanti agli altri creditori per effetto di una legge efficace anche per il passato.

La graduatoria dei crediti nella procedura fallimentare (il cosiddetto stato passivo) non può, quindi, essere sconvolta dal legislatore, a vantaggio del fisco, rovesciando le pronunce dei giudici.

È quanto ha deciso la Corte costituzionale con la sentenza n. 170 depositata il 4 luglio 2013, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 23, comma 37, ultimo periodo, e comma 40, del decreto legge n. 98/2011 (disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111/2011.

Le disposizioni incriminate hanno modificato l'articolo 2752 del codice civile e hanno disposto l'estensione della natura di credito privilegiato ad alcuni tributi e alle sanzioni tributarie.

Avere la qualifica di credito privilegiato, significa, nei fallimenti e nelle procedure concorsuali, essere pagati prima degli altri (i cosiddetti crediti chirografi).

In dettaglio le norme al centro del contendere prevedevano il privilegio oltre che per le imposte anche per le sanzioni dovute in materia di imposta sul reddito delle persone fisiche, imposta sul reddito delle persone giuridiche, imposta sul reddito delle società, imposta regionale sulle attività produttive ed imposta locale sui redditi. Inoltre le disposizioni illegittime si sono autodichiarate applicabili anche a i crediti sorti anteriormente.

Il problema posto al vaglio dei giudice della consulta è stato, appunto, l'applicazione retroattiva del conferimento della natura privilegiata del credito e delle sanzioni erariali.

Il giudizio costituzionale ha riguardato, dunque, l'applicazione retroattiva del nuovo testo dell'articolo 2752, primo comma, codice civile, che estende il privilegio ai crediti erariali derivanti dall'Ires (imposta sui redditi delle società) e da sanzioni tributarie relative a determinate imposte dirette.

Gli effetti retroattivi delle norme denunciate si sono spinte fino a influire sullo stato passivo esecutivo già divenuto definitivo.

In sede di fallimento bisogna, infatti, redigere lo stato passivo, cioè l'elenco dei creditori ammessi nella procedura, precisando se il credito abbia o no un titolo di prelazione (e cioè il diritto di essere soddisfatto prima degli altri, ad esempio perché garantito da ipoteca o beneficiario di un o privilegio previsto dalla legge).

Lo stato passivo, una volta dichiarato esecutivo dal giudice, non è più modificabile. A cadere sotto i colpi della consulta è stata proprio la retroattività del privilegio del fisco, mentre non è stata toccato il diritto di prelazione a favore di sanzioni e tributi. La consulta ha ritenuto illegittime le norme contestate non solo perché hanno una portata retroattiva, ma soprattutto perché alterano i rapporti tra i creditori, già accertati con provvedimento del giudice ormai consolidato dall'intervenuta preclusione processuale.

E questo solo per favorire le pretese economiche dello Stato a danno delle concorrenti aspettative delle parti private.

Nel caso specifico, secondo la sentenza in esame, la retroattività contrasta con altri valori e interessi costituzionalmente protetti, tradisce l'affidamento del privato. E non basta affermare che la disposizione retroattiva sia dettata dalla necessità di contenere la spesa pubblica o di far fronte ad evenienze eccezionali

La consulta motiva la sua decisione tutelando le aspettative dei creditori, consolidate per della definitività dello stato passivo (giudicato «endofallimentare»), incise, senza adeguata motivazione, dalle disposizioni retroattive.

Tra l'altro tutto ciò in maniera del tutto imprevedibile e con un'alterazione a favore dello Stato del rapporto tra creditori concorrenti.

Da qui la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme sia per violazione dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all'articolo 3 Costituzione, sia per violazione dell'articolo della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (Cedu).

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