Troviamo conferma da questa lettura ad altre indicazioni, giunte da «addetti ai lavori», che vedono rivolti gli interventi governativi contro la disoccupazione giovanile unicamente alla fascia che va dai 15 ai 24 anni.
Ancora una volta si rischiano così provvedimenti che non tengono conto della situazione reale del mondo del lavoro della quale i Consulenti del lavoro hanno testimonianza diretta anche giornalmente.
Sappiamo perciò benissimo che indirizzare provvedimenti verso una fascia d'età 15-24 non aiuterebbe certo la soluzione della disoccupazione giovanile, tenuto conto che quella fascia d'età è, per la maggior parte dei casi, dedicata alla scolarizzazione.
Anche se volessimo considerare la tipologia di apprendistato volta al raggiungimento di uno stretto rapporto tra scuola-lavoro, sappiamo benissimo che siamo ancora lontani, per varie ragioni, da un'applicazione pratica di questo strumento.
La realtà con la quale ci confrontiamo è ben diversa, l'età nella quale i giovani si affacciano al mondo del lavoro va, tra l'altro, ben oltre i 29 anni previsti come età limite per l'instaurazione di un rapporto di apprendistato.
Dallo svolgimento della nostra professione, sappiamo che solo una parte di giovani più fortunati riesce ad avere qualche esperienza, se pur «precaria», con il mondo del lavoro tra i 20 e i 25 anni.
Valutiamo quindi se veramente si desidera risolvere il problema «giovanile», la fascia d'età di intervento, almeno per alcuni anni tenuto conto della crisi attuale, dovrebbe ampliarsi e raggiungere i 34 anni.
Risulterebbe opportuno rivedere, per ora, i canoni formativi, contributivi e di età che limitano attualmente il decollo dell'apprendistato, diviene conseguentemente necessario ribaltare quella valutazione predominante che porta a considerare che si voglia solo sfruttare i vantaggi di un «rapporto di lavoro» che costi meno.
Non è pleonastico considerare che i furbetti ci sono e ci saranno sempre, mentre per i datori di lavoro «seri» il periodo di «tirocinio-apprendistato» è un inserimento volto a preparare una forza lavoro che dia continuità all'attività aziendale stessa.
Infatti il datore di lavoro non si priverà mai di un dipendente che ha visto crescere nelle conoscenze della propria attività e che pertanto diviene esso stesso un valore aggiunto .
In conclusione, resta importante quindi porre pochi, e chiari, e certi «paletti» a garanzia di sani rapporti di inserimento al mondo del lavoro e nello stesso tempo introdurre interventi che rendano per le aziende interessante intraprendere nuovi rapporti di lavoro.
