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Il fisco si formalizzi di meno e verifichi la sostanza

del 12/04/2013
di: di Debora alberici
Il fisco si formalizzi di meno e verifichi la sostanza
Non commette reato chi usa in dichiarazione un documento errato nella forma ma vero dal punto di vista sostanziale.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 16453 dell'11 aprile 2013, ha annullato con formula piena la condanna per dichiarazione fraudolenta a carico del liquidatore di una società che aveva usato la dicitura acconto su fornitura invece di nota di credito. Insomma, ad avviso della terza sezione penale, «l'utilizzazione di un documento errato (nota di credito) nella forma ma veridico, nella sostanza nulla spostava in ordine alla veridicità della operazione, dovendosi comunque accordare rilievo alla indicazione reale di una somma peraltro inferiore rispetto a quella poi fatturata nella sua integralità per effetto della esecuzione della prestazione. Correttamente quindi il documento redatto dal contribuente andava inserito nella dichiarazione tra gli elementi passivi fittizi». Mentre sul fronte della configurabilità del reato di dichiarazione fraudolenta i giudici con l'Ermellino hanno chiarito che il delitto consumato mediante l'uso di fatture fittizie non presuppone che il documento utilizzato debba necessariamente provenire da parte di un terzo compiacente, ben potendo essere creato ex novo dall'utilizzatore stesso, facendo apparire la provenienza da terzi. Ratio della incriminazione è, infatti, quella di punire colui che artificiosamente si precostituisce dei costi sostenuti, al fine di abbattere l'imponibile, e non presuppone affatto il concorso del terzo. La vicenda riguarda un liquidatore di una società di Lecce che aveva usato una nota di credito, ad avviso degli inquirenti, al solo scopo di abbassare l'imponibile Iva e delle imposte sui redditi. Ma l'uomo aveva dimostrato di aver poi emesso una fattura molto più alta. Questo non era sembrato sufficiente al Tribunale che, in primo grado, lo aveva condannato per dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di false fatture. Il verdetto di colpevolezza era stato poi confermato dalla Corte d'Appello pugliese. Quindi la difesa ha presentato ricorso alla Suprema corte e questa volta lo ha vinto. La terza sezione penale ha infatti annullato la condanna a carico del contribuente perché il fatto non sussiste. Di diverso avviso la Procura generale che chiedeva la conferma della condanna. Questa decisione arriva in un momento in cui la giurisprudenza di legittimità aveva assunto la linea dura sul reato di dichiarazione fraudolenta. Quindi suona un po' come una voce fuori dal coro. Qualche giorno fa, con sentenza n. 15026, la stessa Cassazione ha sostenuto che commette il reato di dichiarazione fraudolenta l'importatore professionista che sostiene falsamente di essersi avvalso del regime di margine, per abbattere l'attivo in bilancio.

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