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Sui versamenti, indagini finanziarie senza fine

del 04/04/2013
di: Giuseppe Ripa e Pamela Pennesi
Sui versamenti, indagini finanziarie senza fine
Indagini finanziarie senza freni. È questo il succo della sentenza della Cassazione n. 8047 del 2013, la quale senza mezzi termini specifica che la presunzione che trasforma un versamento non giustificato in un maggior reddito imponibile trova applicazione nei confronti di chiunque, anche se lavoratore dipendente.

Si è più volte sottolineato il ruolo centrale degli accertamenti basati sulle indagini finanziarie; ancor più allorquando si è trattato di estendere tale presunzione anche nei confronti dei semplici privati non correlati in modo massiccio con il contribuente accertato in via prioritaria; siano essi soci ristretti o familiari.

Già non si riesce a mandar giù i controlli dei conti nei confronti di terzi, siano essi fittiziamente o meno interposti. Già risulta difficile accettare di dover subire un'inversione dell'onere della prova che troppe volte diventa impossibile. Già risulta licenzioso un sistema accertativo di tipo sostanziale, in quanto crea nuova materia imponibile, ma formalmente procedurale e, quindi, con effetti retroattivi. È allora giunto il momento di chiedersi se tale tipo di recupero di materia imponibile, sia rispettoso di superiori principi costituzionali e della convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo (Cedu) troppe volte tenuta illegittimamente in un cantuccio.

Uno dei punti rilevanti della sentenza è rappresentato proprio dalla possibilità di ricondurre la ricerca di materia imponibile a una specifica categoria reddituale correlata all'attività effettivamente esercitata dal soggetto verificato o da quelli a lui direttamente o indirettamente correlati.

Sulla questione la sentenza della Cassazione è sì chiara ma non esaustiva né specifica della situazione appena rappresentata.

Al di là della fattispecie ivi trattata che ha riguardato una situazione non direttamente riferita ad un privato, sono le affermazioni incidentalmente evidenziate nella parte motiva che potrebbero essere foriere di forti preoccupazioni e di appetiti accertativi nel momento in cui esse dovessero riguardare accertamenti effettuati sui conti correnti delle persone fisiche esercitanti attività di lavoro dipendente. È infatti l'affermazione secondo la quale questo tipo di presunzione avrebbe portata generale in quanto riguardanti «le dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, a prescindere dall'attività svolta» a destare le maggiori preoccupazioni.

Anche se la sentenza della Commissione tributaria regionale del Piemonte n. 85730/2012 aveva giudicato inapplicabile la presunzione sul conto corrente del privato, la sentenza in commento trova un suo precedente nel pronunciamento adottato dalla sezione tributaria civile della Corte Suprema di Cassazione n. 19692 del 2011 adottata in camera di consiglio il 23 giugno 2011 e depositata in cancelleria il 27 settembre dello stesso anno.

In tale contesto la fenomenologia trattata riguardava propriamente una persona fisica la quale aveva eccepito l'accertamento basato sui versamenti riscontrati su due conti correnti bancari a lui riconducibili formalmente e ritenuti non giustificati. Tale soggetto eccepiva che la presunzione di specie dovesse essere operante solo per i lavoratori autonomi e gli esercenti attività di impresa; categorie alle quali egli era estraneo. La Cassazione invece è stata, e qui più specificamente di quanto non faccia quella del 2013 in commento, di diverso avviso e invero, si è detto «gli artt. 32 e 38 dpr n. 600/1973 hanno portata generale e pertanto riguardano la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell'attività dagli stessi svolta e dalla quale quei redditi provengano, la qual cosa in particolare è da ritenersi per quanto relativo all'applicabilità della presunzione di cui all'art. 32, comma 1, n. 2. Né in contrario senso può fondatamente invocarsi il riferimento ai «ricavi» e alle scritture contabili contenuto nella suddetta norma, giacché esso risulta limitativo unicamente della possibilità per l'Ufficio di desumere reddito dai «prelevamenti», non potendosi certamente in via generale e per qualsiasi contribuente presumere la produzione di un reddito da una spesa, e potendo viceversa una simile presunzione trovare giustificazione per imprenditori o lavoratori autonomi, per i quali le spese non giustificate possono infatti ragionevolmente ritenersi costitutive di investimenti. Ciò senza peraltro che l'utilizzo dei termini suddetti possa in alcun modo impedire all'ufficio di desumere per qualsiasi contribuente che i «versamenti» operati sui propri conti correnti, e privi di giustificazione, costituiscano reddito, dovendosi ritenere tale attività accertativa pienamente consentita dalla norma in esame e assolutamente ragionevole»

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