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L'elaborazione dei dati fiscali non è attività riservata

del 26/01/2013
di: La Redazione
L'elaborazione dei dati fiscali non è attività riservata
L'attività di elaborazione dati ai fini fiscali non è attività riservata. Pertanto, può essere svolta anche da un soggetto non iscritto all'albo professionale e come tale ha diritto al compenso. A stabilirlo, per l'ennesima volta, la Corte di cassazione con la sentenza, pubblicata il 16 gennaio 2013, n. 953.

«Questa sentenza è un'ulteriore riprova di una autorevole linea giurisprudenziale che riafferma la netta separazione tra attività libere e riservate», ha commentato il presidente Lapet, Roberto Falcone.

La Cassazione ha, in questo caso, respinto il ricorso di un'impresa che aveva affidato a una società la tenuta della contabilità, eccependo sia l'inesistenza di qualsiasi incarico per la tenuta della propria contabilità che la mancanza, in capo alla stessa, del requisito dell'iscrizione a un apposito albo professionale. Il Tribunale prima e la Corte d'appello dopo bocciavano l'opposizione. Da qui il ricorso in Cassazione.

Anche la Suprema corte con la sentenza n. 14085/2010 si è espressa in tal senso: «L'esecuzione di una prestazione d'opera di natura intellettuale effettuata da chi non sia iscritto dall'apposito albo previsto dalla legge dà luogo, ai sensi degli artt. 1418 e 2231 cod.civ., a nullità assoluta del rapporto tra professionista e cliente, privando il contratto di qualsiasi effetto, con la conseguenza che il professionista non iscritto all'albo o che non sia munito nemmeno della prescritta qualifica professionale per appartenere a categoria del tutto differente, non ha alcuna azione per il pagamento della retribuzione, nemmeno quella sussidiaria di arricchimento senza causa, sempreché la prestazione espletata dal professionista rientri in quelle attività che sono riservate in via esclusiva a una determinata categoria professionale, essendo l'esercizio della professione subordinato per legge all'iscrizione in apposito albo o ad abilitazione. Al di fuori di tali attività vige, infatti, il principio generale di libertà di lavoro autonomo o di libertà di impresa di servizi, a seconda del contenuto delle prestazioni e della relativa organizzazione, salvi gli oneri amministrativi e tributari».

«La giurisprudenza ha ampiamente chiarito il principio secondo cui il compenso professionale è sempre dovuto allorché la prestazione è stata eseguita. La percezione del compenso può essere negata solo per l'espletamento di un'attività riservata espressamente per legge. Con l'affermarsi delle nuove figure professionali, i confini tra le diverse categorie si fanno ora sempre più labili, per cui, una volta stabilite le attività riservate per legge, tutto il resto rimane libero. Siamo sempre stati convinti di questo e gli stessi tribunali continuano a darci ragione così come testimoniato anche da un'altra autorevole sentenza la n. 11545/2012 delle Ss.uu. penali della Cassazione, secondo cui non comporta alcuna preclusione a chi eserciti, con continuità ed organizzazione, attività di tenuta di contabilità e dichiarazioni fiscali, per un titolo diverso dall'iscrizione all'albo degli esperti contabili, rendendo tale titolo oggettivamente palese e, quindi, senza ingenerare alcun affidamento nella clientela e nei terzi», ha ricordato Falcone, ribadendo la necessità di evidenziare nei rapporti con la clientela la qualifica di tributarista, soprattutto alla luce del nuovo riconoscimento ottenuto con l'approvazione della legge «Disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini e collegi» e facendo soprattutto sottoscrivere dal cliente apposito mandato professionale.

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