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Ma in Italia poco spazio per i 730 «zero calcoli»

del 19/03/2013
di: Beatrice Migliorini
Ma in Italia poco spazio per i 730 «zero calcoli»
Le dichiarazioni dei redditi precompilate faticano a trovare spazio in Italia. Quello che in altri paesi è realtà, per il fisco italiano non si riesce a trovare attuazione su larga scala. Periodicamente però viene riproposta la possibilità per i contribuenti di vedersi recapitata la dichiarazione dei redditi, già compilata. La difficoltà di attuazione, secondo gli esperti interpellati da ItaliaOggi, è da attribuire alla complessità del sistema fiscale italiano, che rende quasi impossibile riuscire a prevedere i dati dei contribuenti, basandosi su dichiarazioni di anni precedenti. Secondo Bonfiglio Mariotti, presidente di Assosoftware, associazione delle case produttrici di software per le imprese, «non è nemmeno auspicabile che il progetto si realizzi, a causa degli ingenti costi a cui andrebbe incontro l'Agenzia delle entrate. Questi, infatti, si riverserebbero tutti sui contribuenti». L'aggravio di spesa, infatti, che deriva dall'onere a carico della stessa Agenzia, di dover poi spedire a tutti i contribuenti il modello precompilato, secondo Andrea Trevisani, responsabile fiscale di Confartigianato, «non elimina il rischio, in caso di errori nel calcolo del quantum, di creare rallentamenti nel sistema burocratico». In Italia, l'unico modello precompilato esistente dal 2008 è Unico Web, che consente alle persone fisiche non soggette a studi di settore, che non devono presentare il modello Iva e che non hanno redditi da partecipazione, di usufruire di una alternativa al 730. Fermo restando però, che in caso di avvenute modifiche ai dati dell'anno precedente, il contribuente deve comunque intervenire al reinserimento delle informazioni corrette. Inoltre, Unico Web non garantisce rimborsi immediati, ma con tempi di attesa di quasi tre anni. Per quanto riguarda poi la sfera dei lavoratori dipendenti che ogni anno sono tenuti alla presentazione del Cud, viene prorogata ogni anno, da quasi dieci anni, l'applicazione dell'articolo 44-bis del dl 269/2003. La norma prevede infatti, un onere a carico del datore di lavoro, consistente nell'invio mensile all'Agenzia delle entrate di un flusso di dati, in modo da arrivare in fondo all'anno e avere già un modello precompilato. In questo modo, il contribuente ha come unico onere conclusivo quello del pagamento, previo controllo della correttezza delle informazioni contenute. Inoltre, secondo Giuseppe Buscema, dei consulenti del lavoro, «in realtà questi non sono modelli precompilati veri e propri, perché i dati reinseriti automaticamente, vengono ripresi dai registri delle Agenzie del territorio, visto che riguardano solo i redditi agrari, dominicali e fabbricati». Inoltre è impossibile inserire nel sistema, a causa del variare costante dei dati necessari per il calcolo, i redditi derivanti da attività che prevedono il possesso della partita Iva, tutti i redditi di capitale, nonché tutti quelli derivanti da attività di impresa, da partecipazioni e tutti quelli degli studi di settore. Per questi ultimi infatti, le uniche agevolazioni sono quelle previste all'art. 10, dl 201/11 sul regime premiale. In base a questa norma, che entro la fine del 2013 dovrebbe trovare applicazione almeno per la metà degli studi di settore esistenti, i soggetti del mondo studi di settore, potranno beneficiare dell'agevolazione del rimborso dei crediti Iva, dell'esclusione dagli accertamenti basati su presunzioni semplici e della riduzione a un anno dei termini di decadenza per l'attività di accertamento, solo se hanno regolarmente e fedelmente assolto gli obblighi di comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore. Secondo le associazioni di categoria però, l'enorme quantità di dati richiesti, rende quasi impossibile l'accesso alle agevolazioni previste, vanificando l'intento della norma.

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