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Casse edili, riforma urgente per migliorare le condizioni

del 23/01/2013
di: di Angelica Ratti
Casse edili, riforma urgente per migliorare le condizioni
Riformare il sistema delle casse edili per migliorare le condizioni salariali dei lavoratori e favorire investimenti del settore, a cominciare da social housing. Voltare pagina, creare un sistema moderno nell'interesse comune, con l'impegno dei sindacati. Sono le proposte di Dino Piacentini, presidente di Aniem, l'associazione nazionale delle imprese edili manifatturiere. L'industria delle costruzioni soffre una crisi come mai dal dopoguerra e Piacentini illustra le nuove sfide per far riguadagnare al settore il terreno perduto. Il primo passo è rimettere al centro l'azienda in funzione della persona. Inoltre, è necessario intervenire in modo incisivo sul costo del lavoro, a cominciare dal sistema della bilateralità che, secondo Piacentini, va rivisto e superato. Infine, si deve lavorare per sostenere lo sviluppo del mercato in maniera da creare maggiore occupazione.

Domanda. Presidente Piacentini, lei è guida l'Aniem, l'associazione che ha saputo combattere per la sua autonomia, abbandonando un modello di rappresentanza ormai obsoleto, lontano da imprese e lavoratori. Dopo questo passo quali sono ora le sfide di Aniem?

Risposta. Aniem deve essere un'associazione che ascolta e sta dalla parte, in primis, delle persone, quindi dei cittadini e dei lavoratori. Vede, noi in Italia abbiamo due grossi problemi, legati uno all'altro, il mercato e il lavoro.

Le imprese, come quelle di Aniem, hanno sì la funzione di creare reddito e quindi valore aggiunto, ma anche, e soprattutto, quello di generare occupazione. E lo abbiamo visto negli ultimi anni: la redistribuzione del reddito non vi è stata, e il mercato ci si è ritorto contro. Quindi è necessario rimettere al centro l'azienda in funzione della persona: creare occupazione per favorire lo sviluppo del mercato.

D. Secondo lei quali sono i processi da mettere in atto?

R. Le cose che non vanno sono ormai lampanti, e sono il cuneo contributivo fiscale e tutti gli oneri accessori che gravano sulla busta paga dei lavoratori, e che fanno sì che siamo il paese con i minori stipendi netti e con il maggior costo del lavoro in Europa. Quello che differenza Aniem rispetto agli altri sistemi di rappresentanza è una posizione netta: intervenire in modo incisivo sul costo del lavoro in edilizia ad iniziare dal sistema della bilateralità. Il sistema attuale va rivisto e superato. Pensiamo che in ogni provincia o regione c'è una struttura organizzata, denominata Edilcassa e Cassa Edile, che paga cinque sindacalisti e cinque rappresentanti delle organizzazioni datoriali, tutti i dipendenti che lavorano, la formazione, e altro, e chi paga tutto questo? Il lavoratore. Si tratta di un grande problema che genera costi spropositati che incidono sulle buste paga degli operai. Ecco perché il sistema così com'è va annullato, perché funziona male, non è strutturalmente organizzato e strutturato nell'interesse dei lavoratori e delle imprese.

D. Di quali cifre parliamo?

R. Le casse edili hanno milioni e milioni di euro accantonati non si sa per cosa e tutto questo denaro non viene utilizzato in prestazioni! Io sostengo l'abolizione di questi costi per fare il puro interesse del mercato. Altrimenti, in queste condizioni, il mercato non esiste più! Se gli stipendi sono troppo bassi è chiaro che il mercato interno è in stallo. Se si riuscisse a rimettere in equilibrio, ripartirebbe. La grande battaglia delle elezioni di febbraio si scatenerà proprio su questo tema. Faccio un esempio: in edilizia ci sono meccanismi assurdi: si paga l'Inail e anche l'Rco. L'imprenditore paga 2 volte. Se si calcola tutto questo, se si aggiunge la bilateralità, e altro, ecco che tutto sale e viene spostato molto denaro. L'Inail nel 2011 ha guadagnato 1 miliardo 300 milioni e, supponiamo che nelle casse edili ci siano 200 milioni. Ci rendiamo conto: ci sono 1 miliardo e mezzo di euro fermi?

D. Cosa fare, dunque, di questo fondo?

R. Va messo in circolo. Da ora in poi andrebbe dato ai dipendenti, mentre il fondo accumulato lo si investe progressivamente nel mercato dell'edilizia, ad esempio nel social housing. Noi abbiamo il coraggio di dire questo. Pensiamo che stiamo parlando di più di 120 enti bilaterali. Si tratta davvero di una operazione che può rimettere in moto il settore. Da questa tornata contrattuale Aniem ne parlerà con sindacati.

D. Lei ha più volte dichiarato che l'edilizia è scomparsa. Cosa propone Aniem per risollevare il settore?

R. L'edilizia è fatta di due cose: il settore immobiliare e il settore infrastrutture pubbliche, entrambi scomparsi. È scomparso anche il settore pubblico dei lavori pubblici. Il motivo? Faccio un esempio: grazie alla burocrazia una gara in finanza di progetto partita nel 2006 è pronta, forse nel 2013. In sette anni ha fatto tutti gli iter processuali necessari (ad esempio quelli della concertazione territoriale) ma, nel frattempo, potrebbe, ad esempio, essere diventata non più sostenibile economicamente per le ragioni più varie.

Il sistema delle opere da realizzare con la finanza di progetto rischia di arenarsi perché ha procedure lunghissime, e finché non modifichiamo i tempi delle procedure vediamo che un project da 1 miliardo di euro necessita di 6-7 anni per partire. Occorre snellire le procedure e garantire tempi più celeri: la fattibilità del project è strettamente rapportata all'aspetto temporale dal quale dipende la sostenibilità economica complessiva. In questo senso desta perplessità l'aver stabilito il limite dei 500 milioni di euro di valore dell'opera per accedere al credito d'imposta. Chiediamo di ridurre tale limite a 100 milioni di euro per assicurare un effetto realmente positivo sul mercato delle opere pubbliche e garantire la sostenibilità economica dell'intervento.

D. E la riqualificazione? Non potrebbe essere una spinta per la ripresa?

R. Certo, la riqualificazione va intesa come rivoluzione e prerogativa strategica del prossimo governo. Crediamo fortemente nell'urgenza di mettere in pratica un modo diverso di concepire l'edilizia, il ruolo delle Pmi edili e gli interventi nell'ambito delle costruzioni, del territorio e dell'ambiente. I dati lo dimostrano: il futuro non può che risiedere in una nuova concezione dello spazio urbano. Riteniamo, pertanto, fondamentale investire nei processi di riqualificazione dell'esistente, del patrimonio immobiliare obsoleto e insicuro, delle aree degradate.

D. Il caso di Modena Ovest ne è un esempio...

R. Sulla riconversione dei centri urbani infatti non ci siamo limitati alle parole. Abbiamo avanzato proposte concrete su come delineare un percorso di fattibilità con l'obiettivo di dare una nuova facciata alle realtà urbane che ci circondano, dando nuovo impulso al settore di chi le città le costruisce. Il caso specifico è un progetto di demolizione e ricostruzione di un interno comparto urbano a Modena, già presentato alle istituzioni del territorio. La nostra proposta prevede il coinvolgimento di tre tipologie di soggetti interessati: cittadini, enti locali e imprese nella sperimentazione di progetti di demolizione e ricostruzione, utilizzando la leva del risparmio privato. Molte famiglie sarebbero infatti disposte a investire parte dei loro risparmi su un miglioramento complessivo delle loro condizioni di vita: si tratterebbe infatti di salto di qualità che va di pari passo con una evoluzione della qualità interna del proprio alloggio, resa possibile con tradizionali progetti di riqualificazione. Le imprese, in un mercato fortemente in crisi, potrebbero trovare nuovi spazi di intervento abbandonando logiche meramente speculative sulle aree edificabili per assumere appieno le modalità di intervento tipiche dell'industria, cioè basando il proprio operato sulla efficienza e sul profitto piuttosto che sulla ricerca della rendita fondiaria. Ecco che Aniem vuole e deve credere in nuove spazi dove abitare e vivere bene. Per questo serve urgentemente una politica industriale che abbia queste caratteristiche.

D. Aniem ha definito alcune proposte per la nuova legislatura, evidenziando fin da subito la necessità di rimuovere la responsabilità solidale fiscale. Quali sono le altre questioni sulle quali vi concentrerete?

R. La norma sulla responsabilità solidale fiscale sta determinando su tutto il territorio nazionale il blocco dei pagamenti degli appalti. Si tratta insomma di un ulteriore danno per le imprese la cui sopravvivenza è già compromessa a causa dei ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione. Ancora una volta si affidano alle imprese incarichi inadeguati di ispezione/controllo, che, tra l'altro, fanno aumentare i costi di gestione amministrativa con la conseguenza che nessuno paga nessuno fino a quando non viene rilasciata l'asseverazione (soggetta al pagamento di un corrispettivo e tra l'altro difficile da ottenere) o la dichiarazione sostitutiva e, di fatto, rallenta il pagamento dei corrispettivi contrattuali. È una norma che va ripensata.

D. Cosa pensa del sistema di qualificazione in atto?

R. Siamo per l'abolizione del sistema delle Soa (società organismo attestazione) perché costa troppo e non garantisce nulla. La Soa partì con una grande speranza, che era quello di selezionare i concorrenti in modo serio. Siamo partiti con 45 mila aziende certificate dal pubblico (Albo nazionale delle imprese) e ci siamo trovati con 45 mila aziende certificate dai privati con un costo altissimo di mille volte superiore. Dato che non ha funzionato ed è diventato un business a se stante, dobbiamo sostituirlo tornando alla qualificazione delle aziende per ogni singolo lavoro. Questo è il sistema con il quale si confronta tutto il mondo, non solo l'Europa.

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