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Appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale

del 13/02/2012

Appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale
La sentenza della Cassazione Penale n. 4244 depositata in Cancelleria il 1° Febbraio 2012, con riferimento all'udienza del 25 Ottobre 2011, offre lo spunto per analizzare la distinzione tra il reato di appropriazione indebita (articolo 646 codice penale) e il reato di infedeltà patrimoniale di un socio, nei confronti della società, previsto dall'articolo 2634 codice civile.
Di seguito gli strumenti giuridici per poter valutare appieno la pronuncia della Suprema Corte.

Il caso ed il provvedimento impugnato: ln fase di liquidazione di un'autocarrozzeria, Società in Accomandita Semplice, il socio tratteneva alcuni attrezzi ed arnesi utilizzati normalmente per l'attività sociale (alcuni beni erano di proprietà della società, altri erano attrezzi di esclusiva proprietà dell'altro socio, conferiti da quest'ultimo per agevolare il lavoro). In seguito a querela del socio proprietario dei beni, l'imputato veniva condannato dal Tribunale di Reggio Calabria per appropriazione indebita, a mesi 4 di reclusione ed € 400,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali, nonché al rimborso delle spese legali sostenute dalla parte civile. Veniva, altresì, condannato a risarcire il danno provocato alla parte civile, che in sede penale non veniva quantificato, dovendo la parte civile intraprendere un separato giudizio civile che stabilisse la sua quantificazione. In altre parole, la condanna penale stabiliva l'an debeatur (ossia la sussistenza del danno ed il diritto dal risarcimento), ma non il quantum debeatur, che demandava ai Giudice civile. L'imputato appellava la sentenza di primo grado. La Corte d'Appello confermava. Ricorreva, pertanto, per Cassazione, a mezzo del proprio difensore, sulla scorta di tre motivi, il secondo dei quali lamentava l'erronea applicazione dell'articolo 646 codice penale, in luogo dell'articolo 2634 codice civile, chiedendo, pertanto, la riqualificazione del reato di appropriazione indebita in quello di infedeltà patrimoniale.

Gli elementi giuridici in valutazione:
  • articolo 646 codice penale: “Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa , con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032...”;
  • articolo 2634 codice civile: “Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni”;
  • articolo 23. Reclusione: “La pena della reclusione si estende da quindici giorni a ventiquattro anni...” (pertanto, laddove la pena sia indicata “fino a” - senza specificare “da” quanto partire, il minimo sarà da intendersi in 15 giorni).
Le motivazioni della Suprema Corte con la sentenza 4244 del 1° Febbraio 2012 (ud. 25 Ottobre 2011): liquidati in poche righe il primo ed il terzo motivo in quanto manifestamente infondato il primo ed inammissibile il terzo, la Suprema Corte si sofferma sul secondo, che ci occupa motivandone il rigetto come segue, ritenendo di dover chiarire la distinzione tra i due reati in essere sia quanto a pena (più grave quella prevista dall'articolo 2634 codice civile), sia quanto ad elementi differenziali della fattispecie criminosa.
Quanto alla pena, la Corte non si spiega l'interesse dell'imputato ad ottenere tale riqualificazione del reato: “Premesso che sfugge a questo decidente quale sia l'interesse del ricorrente ad invocare l'applicazione di una norma che prevede una sanzione detentiva più grave rispetto a quella applicata (essendo maggiore il minimo edittale previsto dall'articolo 2634 codice civile rispetto a quello dell'articolo 646 codice penale)... "In altre parole, la riqualificazione richiesta comporterebbe maggiore pregiudizio per il ricorrente...
Sotto il profilo della fattispecie criminosa, la Suprema Corte spiega comunque che nel caso di specie né dalla sentenza impugnata, né dai motivi del ricorrente è possibile ricavare quell'elemento distintivo tra le due norme, ossia l'interesse in conflitto con quello della società, conflitto che deve essere “reale”. Nel caso in esame non si ravvisa tale presupposto (peraltro neppure evidenziato dalla difesa), emergendo, per contro una situazione di conflitto nella esecuzione delle operazioni di liquidazione della società (ossia semplicemente su come ripartire e distribuire i beni per la liquidazione della società).
Le due norme sono fra loro in rapporto di specialità reciproca (l'applicazione dell'una esclude l'altra).
La ratio dell'articolo 2634 codice civile è quella di sanzionare qualsiasi atto di gestione dell'amministratore che sia contrario all'interesse della società e che persegua diversi interessi.
Il conflitto d'interessi dev'essere “attuale” ed “obiettivamente valutabile”. In assenza di tale prova, sarà applicabile l'articolo 646 codice penale che non necessita di tale ulteriore presupposto per la sua applicazione. Ed è persino più favorevole al reo quanto a trattamento sanzionatorio.
Una lezione, questa della Corte, sia di diritto che di scelte difensive.

Avv. Barbara Sartirana
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