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Bancarotta fraudolenta a carico dell'avvocato e del commercialista

del 31/01/2012

Bancarotta fraudolenta a carico dell'avvocato e del commercialista
La Corte di Cassazione - Sez.V penale - con la sentenza 11 ottobre 2011 e 9 gennaio 2012 n. 121 ha ritenuto sussistente il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione a carico dell'avvocato e del commercialista che, consulenti di un'azienda fallita, avevano costituito e controllato una società in cui far confluire beni e attività destinati a soddisfare i creditori, distraendo così le liquidità. Dopo aver dato vita a società destinate a ricevere a prezzi nettamente inferiori i vecchi rami d'azienda, infatti, avevano inviato ai debitori della fallita delle lettere, invitandoli a effettuare i pagamenti a favore della nuova società. Ma vi è di più: a completamento della suddetta condotta delittuosa, che aveva consentito di spogliare l'azienda fallita, gli stessi consulenti avevano anche alterato i libri contabili, tenendoli, anzi, anche fuori dalla portata dei curatori.
Da qui la questione sottoposta al vaglio di legittimità della Suprema Corte, che appunto trae origine dal fallimento di una S.r.l., dopo il quale venivano rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta aggravata distrattiva e documentale, oltre ai vari soggetti che si erano susseguiti alla guida dell’azienda, anche i due consulenti, uno dottore commercialista, l’altro avvocato, che avevano assistito i vertici dell’impresa nella fase della ristrutturazione aziendale e ai quali veniva anche addebitato il delitto di cui agli articoli 223 comma II, n. 2, 216 comma I n. 1 e 2, 219 comma I e II legge fallimentare, per avere, in concorso tra loro e con altri, cagionato, per effetto di operazioni dolose, il fallimento della predetta S.r.l. Il Tribunale di Milano, in primo grado, e la Corte d’Appello, in secondo grado, statuivano la responsabilità dei due professionisti, che, pertanto, investivano della questione la Corte di Cassazione, chiedendo la riforma dell’impugnata sentenza.
Nelle loro difese i due professionisti, oltre a sottolineare le proprie inesperienza e giovane età quale prova di buona fede e di assenza di dolo, sostenevano, da un lato, per quanto attiene alla svendita dei beni, che il valore degli stessi era stato gonfiato dal consulente tecnico d'ufficio, dall’altro, per quanto riguarda le missive inviate ai debitori, che il loro contenuto non poteva certo costituire un addebito per il reato contestato.
Di parere diverso i giudici della Cassazione, i quali, nel ritenere sussistente il reato di bancarotta a carico dei due professionisti, hanno evidenziato quanto segue. Vero che - si legge nella sentenza in commento - l’inviare lettere ai debitori indirizzandoli verso un nuovo soggetto, in sé considerato, può apparire una condotta neutra, ma altrettanto vero che così non è nel caso di specie, atteso che, messa in relazione alla attività precedentemente svolta (costituzione delle nuove società destinatarie dei rami di azienda, svendita/cessione dei beni e delle attività della società), la stessa ha contribuito a indirizzare i debitori verso i nuovi titolari di un'azienda ormai in palese difficoltà economiche, produttive e finanziarie. Di qui il chiaro contributo dei due consulenti al compimento della condotta di distrazione. Se i due professionisti, infatti - prosegue la Suprema Corte - fossero stati ignari della situazione della società, nessun addebito, sul piano psicologico, avrebbe potuto essere mosso loro, ma, poiché viceversa, gli stessi sono considerati uno dei principali artefici della spoliazione della società, le sentenze dei Giudici di merito non sono censurabili.
Sotto ulteriore profilo poi, la Corte di Cassazione ha dichiarato infondato un ulteriore motivo di doglianza dei ricorrenti, nel quale si lamentava la violazione dell’articolo 219 legge fallimentare e la carenza di motivazione della sentenza d’appello, relativamente alla sussistenza dell'aggravante del danno di rilevante entità nei casi di bancarotta impropria, che, invero, nel caso di specie, deve ritenersi sussistente. Il che è stato stabilito proprio dalla Cassazione con la sentenza SS.UU. n. 21039/2011, che gli stessi consulenti, offrendone una lettura e un’interpretazione del tutto errata, avevano citato a sostegno delle proprie difese.

Avv. Cristina Rastelli
Studio Legale Avv. Cristina Rastelli
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