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I casi di follia al volante

del 25/01/2012

I casi di follia al volante
I recenti allarmanti fatti di cronaca hanno portato alla ribalta il tema di grande attualità legato alla commissione di reati, anche gravissimi, originati da diverbi “stradali” (“SUV travolge un vigile che si era avvicinato per un controllo” ed altri titoli simili ).
Si tratta di reati che destano grave allarme sociale, anche perché l’incremento del tasso di aggressività in situazioni di stress come la guida nel traffico caotico di una grande città è nell’esperienza di ciascuno; di conseguenza la possibilità di trovarsi coinvolti nel ruolo di vittima o (più raramente) di aggressore in un episodio del genere, con conseguenze, a volte anche gravissime, viene da tutti percepita come un pericolo concreto.
Dal punto di vista giuridico stiamo parlando del reato di lesioni o di omicidio perpetrato utilizzando il mezzo di trasporto come strumento lesivo.
L’apparente semplificazione della cronaca giudiziaria può portare ad attribuire inevitabilmente la volontà lesiva ad omicidiaria ogni qualvolta si verifichi un caso di reato legato a un “diverbio stradale”.
Nella realtà, i fatti (e la loro configurazione giuridica) non sono mai così netti, poiché, anche in casi del genere, non è escluso che si possa parlare di lesioni o omicidio colposo, oppure omicidio preterintenzionale, a seconda che l’investitore, anziché voler effettivamente provocare morte o lesioni in capo alla vittima, volesse semplicemente compiere una manovra azzardata a scopo intimidatorio (magari sotto stress emotivo) e l’evento sia avvenuto contro la sua volontà a causa di un errore di esecuzione, ovvero avesse solamente intenzione di provocare lesioni in capo alla vittima poi deceduta a causa del sinistro.
Punto centrale dell’indagine giudiziaria è quindi l’esatta ricostruzione del momento volitivo dell’autore del reato, attraverso l’esame accurato della dinamica dell’evento.
E’ pertanto indispensabile che le indagini siano condotte con il massimo scrupolo e professionalità, non tralasciando alcun elemento anche apparentemente secondario (luogo, ora, condizioni del traffico, condizioni della strada, meteo eccetera) confrontando attentamente le versioni di eventuali testimoni e raffrontandole ai resoconti tecnico-scientifici (punto d’urto, deformazione delle scocche, punto di quiete dei veicoli).
L’importanza di un’indagine il più possibile accurata è di tutta evidenza, ove si pensi che, a seconda delle qualificazione del fatto come doloso o colposo o preterintenzionale, le conseguenze in capo al reo possono variare, in punto di pena, da un minimo, che quasi sempre, grazie alla concessione di attenuanti e sconti rituali, si risolve in una mera iscrizione sul casellario giudiziale senza effettiva detenzione, a un massimo che può arrivare fino all’ergastolo nel caso in cui concorrano circostanze aggravanti come, ad esempio, i futili motivi che di norma, in casi del genere, vengono sempre contestate e ritenute.
In ogni caso si tratta di reati “comuni”, ovverosia, secondo la dottrina penalistica, realizzabili da “chiunque”. Ciò che più allarma e suscita interesse è la constatazione che, in alcuni casi, coinvolti nel ruolo di autori di simili reati, siano tranquilli cittadini, anche di una certa età, mai in precedenza segnalati per precedenti di alcun genere e, tantomeno, per episodi di violenza.
Ciò fa molto riflettere sul livello di aggressività al quale possono portare due fattori scatenanti come, da lato, lo stress legato alla caotica viabilità delle grandi città già ricordato in apertura e, dall’altro lato, un distorto rapporto di identificazione narcisistica col proprio automezzo.

Avv. Domenico Margariti
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