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La durata dei processi in Italia

GIUSTIZIA

di Avv. Barbara Sartirana del 23/11/2011
La durata dei processi in Italia
Che la giustizia italiana sia lenta e farraginosa è un dato di fatto incontestabile.
Ciò è noto non solo a chi abbia avuto la sventura di entrare in contatto per qualsiasi ragione con il nostro sistema processuale, ma anche a tutta Europa, soprattutto in seguito alle innumerevoli condanne a noi comminiate da parte della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo). La lentezza del sistema processuale italiano è nota anche oltre oceano, ove persino la stampa statunitense ha avuto modo di interrogarsi circa gli eventuali rimedi applicabili al nostro sistema, chiedendosi se i rimedi adottati per il loro processo possano in qualche modo sopperire alle carenze processuali italiane.
Le condanne a noi inflitte dalla CEDU in seguito ai sempre crescenti ricorsi per irragionevole durata dei processi italiani hanno condotto il legislatore a “gestire” in casa tali risarcimenti, attraverso la legge Pinto. Si è creato in tal modo un obbligo di previo ricorso interno che ha svuotato le cancellerie della Corte dei Diritti dell’Uomo, prevenendo le ripetute condanne.
Di fatto, tuttavia, anche i ricorsi presentati alla Corte d’Appello competente sulla scorta delle legge Pinto vengono definiti, al nostro interno, con una condanna dello Stato (cioè di tutti i cittadini) al risarcimento economico in favore di chi lamenti di essere stato vittima di lungaggini processuali italiane. Certamente, gli esborsi si sono ridotti rispetto a quelli derivanti all’Italia dal procedimento avanti la CEDU, ma ciò non può certo considerarsi una “soluzione” alla lungaggine processuale italiana e all’interminabile durata di molti procedimenti penali.
Occorreva pertanto verificare quali fossero le reali cause delle nostre lungaggini processuali, per poi poterle affrontare e cercare soluzioni.
Superando i dati sterili che venivano periodicamente forniti dalle Corti territoriali, per la prima volta nel 2007 l’EURISPES, in collaborazione con la Camera Penale di Roma, ha esaminato da vicino le vicende processuali nelle aule e ha tratto dati concreti da cui si sono evinti dati sino ad allora sconosciuti. Dati poi avvalorati con l’indagine dell’anno successivo, 2008, operata sul territorio nazionale, sempre dall’EURISPES, in collaborazione con 27 Camere Penali Italiane (12.918 processi penali monitorati in diversi Tribunali italiani).
Risultato di tale indagine: in Italia ogni giorno si rinviano sette processi su dieci. I processi che ogni giorno si concludono con la pronuncia di una sentenza rappresentano meno del 30% del totale mentre nei due terzi dei casi (69,3%) il processo si rinvia ad altra udienza.
Le problematiche maggiori che comportano il rinvio delle udienze senza che i processi vengano celebrati, non derivano – come si supponeva - dalle istanze di rinvio degli avvocati che mirerebbero alla prescrizione per il proprio assistito, ma sono, in realtà, di carattere burocratico e amministrativo (e così vengono rinviati il 12,4% per assenza del Giudice titolare, il 9,4% per omessa o irregolare notifica all'imputato, l'1,3% per omessa o irregolare notifica alla persona offesa, lo 0,9% per errata notifica al difensore). Oltre la metà (il 54%) dei processi fissati per lo svolgimento della istruttoria dibattimentale viene rinviato senza lo svolgimento di alcuna attività.

Gli attori coinvolti - e “travolti” - ogni giorno dal sistema processuale italiano così rappresentato, sono innumerevoli:
  • dalla parte lesa, che si rivolge alla giustizia attraverso denuncia o querela, affinchè possa un giorno ottenere che il colpevole venga punito e che, infine, apprende che il suo caso mai potrà essere preso in considerazione in quanto archiviato, ovvero in quanto il reato si è prescritto;
  • all’imputato, che spesso deve sopportare anni di processo e diversi gradi di giudizio prima di poter convincere della propria innocenza e ottenere finalmente la libertà. Dai dati EURISPES è stato rilevato che sul totale dei processi conclusi con una sentenza, si giungeva alla condanna nel 60,6% dei casi, a una assoluzione nel 21,9% e all’estinzione del reato nel 14,9%.
  • allo Stato e, quindi, a tutti noi cittadini che dobbiamo sostenere i rilevanti costi della giustizia: di gestione della mole dei procedimenti scaturiti da denunce e querele poi archiviate, di risarcimenti per ingiusta detenzione, per spese di mantenimento in carcere, di risarcimenti per l’eccessiva durata dei processi (prima in ragione delle condanne ricevute dalla CEDU e poi da quelle comminate dalle Corti d’Appello in applicazione della legge Pinto), di costi per il quotidiano funzionamento delle aule giudiziarie (per operatori, per scorte addette alle traduzioni di ogni singolo detenuto, per spese di perizie e trascrizioni di quanto detto nei processi, per costi di indagini ed intercettazioni, per trasferte di testimoni più volte rinviati ad altra udienza). Tutti costi che solo in rarissimi casi vengono recuperati a carico dei condannati perché stranieri, irreperibili o perché, di fatto, al termine dei processi e dopo lunga carcerazione, risultano nullatenenti. Anche le spese conseguenti alle remissioni di querela, addebitate quale indennizzo per le spese del procedimento sino ad allora sostenute (e ammontanti di norma solo a qualche centinaio di euro) non possono certamente coprire i reali costi delle indagini e del processo, inclusi quelli degli operatori che hanno gestito sino ad allora il procedimento;
  • a tutti gli operatori di Polizia Giudiziaria, di Segreteria del Pubblico Ministero, di Cancelleria del Giudice che gestiscono il fascicolo attraverso le varie fasi per i diversi adempimenti di accertamenti, di notifiche, di copie e che non di rado si ritrovano a dover “rincorrere” prove di notificazioni mancate o accertamenti disposti per determinati fascicoli e mai pervenuti, fax non ricevuti o documenti che non si sono rinvenuti. Tutti aspetti, spesso di carattere “burocratico” che fanno parte integrante del processo e anzi rappresentano adempimenti che, se non correttamente effettuati, possono rappresentare motivo di nullità dei provvedimenti eventualmente assunti successivamente. Dai dati EURISPES emerge elevata la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici (6,8%) che comprendono voci come indisponibilità dell'aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell'interprete di lingua straniera, mancanza del fascicolo del PM e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento.
  • ai Magistrati che si trovano a dover gestire quotidianamente montagne di fascicoli e a fare i conti con le risorse scarse in termini di aule e di personale, nonché con le problematiche burocratiche relative alle notificazioni, alle assenze di testi in giudizio, ai solleciti per ottenere risposte da parte della Polizia Giudiziaria (che a sua volta ha avuto propri ritardi interni per l’evasione degli accertamenti richiesti). La celerità dello “smaltimento” dei fascicoli e della definizione dei relativi processi è affidato alle doti di organizzazione, di autorevolezza, di concretezza e di spirito di sacrificio da parte di ciascun Magistrato. Nella mia esperienza processuale nelle aule penali italiane, è capitato di incontrare taluni Magistrati che sentendo il peso della giustizia lavoravano sino a tarda ora nei propri uffici o pretendevano la presenza in aula degli operatori sino a sera inoltrata e altri Magistrati che alle ore 13.30 in ragione della “tarda ora” rinviavano processi e testimoni ivi in attesa da ore ad altra udienza. Così come ho potuto apprezzare taluni Magistrati che hanno dimostrato di percepire veramente il peso del proprio ruolo decisionale poiché il fascicolo processuale non rappresentava solo un “mucchio di carte da smaltire”, bensì la vita e la libertà di una persona imputata da un lato e la sofferenza della parte lesa dall’altro. Diversamente, ho avuto modo di criticare altri loro colleghi che giudicavano frettolosamente e - a fortiori - superficialmente il caso e le deposizioni dei testimoni, in ragione della mole di processi della giornata o rinviavano un processo sol perché dovevano sostenere di lì a poco un importante incontro di tennis.
  • agli avvocati che quotidianamente lottano nel tentativo di far rispettare le reali garanzie per le persone coinvolte nei processi penali (siano essi imputati o persone offese dai reati), spesso accantonate in ragione della fretta di smaltire la mole di procedimenti in carico alle Procure e ai Tribunali. Avvocati che, lungi dall’essere causa di inopinati rinvii dei procedimenti (che anzi talvolta vengono celebrati, in loro temporanea assenza, con il reperimento di un qualsiasi altro legale immediatamente reperibile, nominato dal Giudice d’ufficio per tale incombente), sovente ne sono parimenti vittime: è esperienza quotidiana l’attesa di ore per la chiamata del proprio processo (poiché il Tribunale ha fissato indistintamente una ventina di udienze, tutte per le 9.30) e il successivo rinvio, magari per l’avvenuto accertamento di un’omessa notifica da parte della Cancelleria;
  • ai testimoni citati nei processi penali che spesso preferiscono non presentarsi poiché citati a notevole distanza di tempo dallo svolgersi dei fatti, o a notevole distanza da casa, o perché documentano impegni inderogabili, o perché, costretti spesso ad attendere invano intere mattinate fuori dall’aula, preferiscono sperare che le parti rinuncino alle loro convocazioni (dalle indagini EURISPES le udienze che vanno a vuoto per assenza dei testi citati dal Pubblico Ministero sono il 39,2%).
Tutte le problematiche rappresentate dall’indagine EURISPES del 2008 sono ancora oggi quotidianamente riscontrabili nelle aule di giustizia. L’accesso ai riti alternativi non è risolutivo (anzi, sovente, nella prassi, gli “sconti” di pena concessi a chi acceda al rito abbreviato non rappresentano un’effettiva diminuzione concreta della pena, operando spesso lo stesso meccanismo di preventivo aumento in caso di “saldi”), così che i processi in rito ordinario restano sempre un numero assai consistente. Il rapporto EURISPES evidenziava processi dibattimentali celebrati con rito ordinario in percentuale del 90,6% dei casi monitorati, mentre il 5,4% con rito abbreviato e il 4% con patteggiamento.
I tentativi operati dal legislatore con alcuni interventi (estensione delle competenze del Giudice di Pace penale, estensione di competenze della Corte d’Assise - legge n. 52 del 2010) non sono stati sufficienti a risolvere il problema e per tale ragione, come noto, ad oggi ancora sono in discussione in Parlamento provvedimenti che possano bilanciare ora l’uno ora l’altro interesse coinvolto (cosiddetto “processo breve” o “processo lungo”?).

L’unica certezza è che il problema della lentezza della Giustizia italiana è da più parti fortemente sofferto e, purtroppo, ancora in attesa di soluzioni concrete che possano contribuire a risollevare le aule giudiziarie dalla mole di scartoffie ivi accumulatesi nel tempo.
Questo soprattutto perché trattasi di una problematica complessa, che va ad incidere su diritti di rango Costituzionale: il diritto del cittadino ad avere da un lato un giusto ed equo processo, ma, dall’altro, che sia anche celebrato in tempi ragionevoli (articolo 111 Costituzione e articolo 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ).
Decidere di accelerare le gestione del sempre crescente arretrato per giungere allo smaltimento, mantenendo le risorse a oggi disponibili, non può che comportare il rischio di affrontare con fretta e superficialità le questioni pendenti, con violazione delle garanzie del cittadino che ha diritto a ottenere un giusto processo e con rischio di cadere nell’arbitrio. Dalle rilevazioni EURISPES emergeva che la durata media della trattazione di un processo in udienza era di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al Giudice monocratico e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al Tribunale in composizione Collegiale. La durata media del processo che prevedesse un singolo imputato durava di media 18 minuti, mentre nel caso di più imputati la durata media del processo in udienza era pari a 30 minuti.
Mantenere le garanzie in favore del cittadino perché il processo venga effettivamente definito secondo Giustizia (certezza degli avvisi al medesimo, diritto di citare testimoni, di effettuare indagini difensive, di richiedere accertamenti peritali e così via), comporta necessariamente la predisposizione di “paletti” che possono incidere sulle tempistiche processuali ma che rappresentano passaggi assolutamente indispensabili per far sì che il Giudice possa disporre di tutti gli elementi per poter decidere attraverso un processo giusto.
Occorre sempre trovare un giusto mezzo, un punto di equilibrio tra le esigenze costituzionali delle parti processuali e quelle dell’amministrazione della giustizia che - nonostante debba orientarsi nell’universo di “scartoffie” da smaltire più o meno voluminose in base alla gravità dei procedimenti e al numero degli imputati - non può dimenticare che non trattasi di meri pezzi di carta ma di persone (siano esse parti lese o imputati) e che ogni sentenza è sempre pronunciata “in nome del Popolo Italiano”.

Avv. Barbara Sartirana
Studio Legale Avv. Barbara Sartirana


COMMENTI

Alberto
29/08/2012 23:41:00
Ill.ma avv. Sartirana,
Il mio nome è Alberto,la contatto per porle dei quesiti in riguardo ad una querela che ho sporto nei confronti del mio ex datore di lavoro.Non vorrei sembrarle noioso ma la situazione è abbastanza lunga,cercherò di essere più conciso possibile.Le anticipo che sono un ragazzo di appena 23 anni e mi sono affacciato al mondo del lavoro a circa 18 anni,vincendo un concorso pubblico come Volontario in ferma prefissata di 1 anno nell'Esercito italiano.Dopo aver concluso la ferma prefissata sono andato a vivere con la mia ragazza.Qui dopo circa un mese sono stato contattato da un istituto di Vigilanza s.r.l. con amministratore unico.Nel mese di gennaio 2012 effettuai un colloquio di lavoro con l'amministratore citato,lo stesso mi spiegò che sarei stato assunto con un contratto a tempo parziale durata di 6 mesi di cui 2 di prova e che sarei stato remunerato come da contratto.Inoltre mi costrinse a cambiare la residenza perchè,a dire dello stesso, ciò avrebbe facilitato il rilascio del porto d'armi dalla prefettura per guardia particolare giurata.Ovviamente pretesi delle delucidazioni sulla stipulazione del contratto e il tizio mi spiegava che avrei svolto soltanto le ore previste dal mio contratto, ovvero 24 ore settimanali,che le ore festive,notturne e feriali sarebbero state retribuite come previsto dalla legge e quindi dal contratto che avrei dovuto firmare a breve. A dirle la verità amici mi informarono che questa persona era solita non pagare i propri dipendenti,quindi chiesi al datore di lavoro come mai in giro ci fossero queste voci contro di lui,lo stesso cercò giustificazioni burocratiche,in più lo stesso mi chiese di velocizzare i tempi, in quanto io ero indispensabile dato che l'istituto di vigilanza era in deficit di personale.Nel mese di marzo lo stesso mi contattò per effettuare l'affiancamento come guardia particolare giurata.Preciso che ancora non avevo stipulato alcun contratto con il tizio, di fatti gli sottolineai il problema e lo stesso mi spiegava che l'affiancamento andava fatto prima di stipulare un contratto ,così da essere pronto a svolgere la mia mansione.Io a malincuore accettai e, senza contratto,senza porto d'armi e senza pistola,cominciai a fare l' affiancamento con delle g.p.g che lavoravano all'interno dell'istituto da qualche anno.L'affiancamento durò dal 25 febbraio al 28 marzo 2012.Giorno 28 marzo lo stesso mi presentò il contratto da firmare,lo controllai e notai che la data di assunzione non partiva da giorno 25 febbraio(da quando cominciai l'affiancamento)ma da giorno 16 marzo.Chiesi spiegazioni,ma data l'urgenza di lavorare il 28 marzo firmai il contratto di lavoro che invece partiva da giorno 16 marzo.Svolgevo il mio lavoro con dedizione nonostante le continue lamentele dei dipendenti i quali lamentavano i mancati pagamenti di svariati mesi.Giorno 29 aprile durante il servizio,un dipendente che lavorava all'ufficio dell'istituto di vigilanza,si precipitò presso l'Antares con delle buste contenenti la divisa,il porto d'armi e le immediate dimissioni.Quella sera il ragazzo mi anticipava che da 3 mesi non veniva pagato,che l'istituto versava da tempo in debiti,e che il suo amministratore aveva intenzione di chiudere.Giorno 1 maggio mi precipitai presso Antares,per svolgere un colloquio con l'amm. e cercai spiegazioni circa i licenziamenti improvvisi di tutti i dipendenti.Lo stesso mi spiegava che l'Antares era pieno di debiti,molti di questi venivano saldati con le entrate economiche di un'altra sua società e che avrebbe chiuso circa giorno 15 maggio a causa dei debiti accumulati,portando i dipendeni a licenziarsi in massa ,questo avrebbe costretto la prefettura a revocare la licenza di vigilanza.Quel giorno chiesi come mai non fossi mai stato informato della disastrosa situazione dell'Antares e perchè mi assunse sapendo che non avrebbe mai potuto pagarmi, inoltre chiesi pure le buste paga di marzo aprile e maggio,ma mi furono negate.Ad oggi lo stesso risulta irreperibile e non sono riuscito più a contattarlo.Parlai di tutto ciò con un sindacato il quale mi spiegava che il tizio non risultava avere alcun bene mobile e/o immobile.
A causa della perdita del lavoro sono dovuto ritornare a casa dei miei. Di questa vicenda ne parlai con il mio avvocato a cui consegnai gli ordini di servizio,gli orari,il contratto stipulato tutte prove che avevo raccolto durante il servizio.L'avvocato raccolse tutto formulò la denuncia e la mandammo alla Procura della repubblica del Tribunale della mia città .IL mio avvocato,nella querela,scrisse che il soggetto aveva commesso tra gli altri,i seguenti reati:
insolvenza fraudolenta,appropriazione indebita e truffa.
La denuncia è arrivata il 5 luglio 2012 al Tribunale ed ancora non ho avuto notizie.La prego di scusarmi se in alcuni punti vi sono degli errori di battituta,ho cercato di scrivere velocemente e di essere molto conciso.La prego inoltre di dirmi cosa ne pensa,quanto dovrei aspettare,se mi verranno date le spettanze di marzo, aprile,maggio e se da questa tortuosa vicenda possa essere fatta giustizia!
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