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Il professionista che perde la documentazione fiscale rischia il carcere

del 26/10/2011

Il professionista che perde la documentazione fiscale rischia il carcere
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 35867/2011, ha aperto uno scenario di rilevante interesse circa la responsabilità del consulente nel caso in cui si registri la perdita della documentazione fiscale.
Infatti, qualora nell’ambito di un'indagine relativa a una presunta evasione fiscale la documentazione contabile di un’azienda risultasse irreperibile, potrebbe addirittura trovarsi a rischiare il carcere il commercialista o il consulente della ditta.
In particolare, non è più sufficiente che il professionista affermi di aver perso la documentazione: in questo caso, infatti, potrebbe essere indagato per “occultamento o distruzione di documenti contabili”, reato previsto dall’articolo 10 del decreto legislativo 74/2000, a norma del quale si prevede la “reclusione da sei mesi a cinque anni per chi, al fine di evadere le imposte sui redditi o l’Iva, o anche per consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari”.
A tal proposito è opportuno delineare il significato di distruzione e occultamento secondo la giurisprudenza prevalente: "si ha distruzione ogni qualvolta vi è l’eliminazione fisica del documento ottenuta ora con l’annientamento del supporto cartaceo o magnetico di esso, ora rendendo in tutto o in parte non leggibile il suo contenuto attraverso abrasioni, cancellature o altro” (Cass., Sez III del 2006 n. 13716); nozione quest’ultima che non produce un’eccessiva estensione dell’intervento penale anche ad abrasioni o cancellature di poco conto in quanto questa condotta per avere rilievo penale è necessario che, poi, determini l’impossibilità ricostruttiva.
Per quanto riguarda, invece, la più complessa individuazione della condotta di occultamento, questa si ha ogni qualvolta vi sia il materiale nascondimento dei documenti avvenuto con qualsiasi modalità purché idonea a renderli irreperibili, anche solo temporaneamente.
Tale occultamento, secondo la gran parte della dottrina, deve essere necessariamente assoluto e cioè idoneo a impedire a chiunque di prendere visione di quei documenti.
La novità segue a una pronuncia della Corte di Cassazione, n. 35867/2011, la quale ha annullato la sentenza emessa dal Gip di Camerino laddove, nel caso de quo, a seguito di un’inchiesta per evasione fiscale in cui la documentazione contabile di un’azienda risultava irreperibile, il suddetto Gip aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti del consulente fiscale della società, “non ritenendo provato il dolo specifico dell’evasione”.
La Cassazione, tuttavia, ribaltava la sentenza di cui sopra affermando che “l’incertezza del reato imponeva l’approfondimento e il vaglio della fase dibattimentale” e, conseguentemente, disponeva il rinvio degli atti al Tribunale di Camerino al fine di appurare in un nuovo giudizio se davvero si sono configurati gli estremi del reato di “occultamento o distruzione di documenti contabili”.
L’argomentazione dei Giudici di legittimità si fonda sulla ratio della previsione che rende sanzionabile penalmente il sottrarre all’accertamento le scritture e i documenti considerati obbligatori.
In proposito, la Corte ha evidenziato come la norma è finalizzata a tutelare l’interesse erariale e la trasparenza fiscale del contribuente, affermando una responsabilità in solido del commercialista facendo così emergere un rapporto di “connivenza” tra cliente e professionista.
Qualora in sede dibattimentale dovessero emergere prove in tal senso e venisse dimostrato che il commercialista, secondo uno schema intenzionalmente previsto e voluto, ha sottratto o occultato delle prove, potrebbero esserci gli estremi per la configurazione del reato di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 74/2000.
Infatti, è necessario che si dimostri che il soggetto attivo, in questo caso il professionista, sia stato animato nella sua condotta dalla finalità di conseguire, per sé o per altri, un'evasione di imposta o un indebito rimborso (Cass., Sez. III, 1994 n. 2121).
Il dolo specifico, quindi, non può essere presunto sulla base dell’avvenuta realizzazione dell’elemento oggettivo del reato, ma deve formare oggetto di approfondito accertamento e relativa valutazione anche sulla base della complessiva condotta del soggetto attivo; solo allora potrà accertarsi e successivamente dichiararsi la responsabilità del consulente (Cass., Sez. II 1998 n. 4200).

Avv. Luca Patruno
Loconte & Partners Studio Legale e Tributario
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