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Innalzamento dell'eta pensionabile per le donne

del 11/07/2011

Innalzamento dell'eta pensionabile per le donne

Scrivere di pensioni è sempre stato difficile, tanto più in concomitanza con manovre economiche più o meno imposte da emergenze e condizionamenti macroeconomici internazionali.
Anche l’attuale situazione non sfugge a questa logica e ci porta alle medesime considerazioni, dapprima accompagnate dalle solite indiscrezioni, dichiarazioni e smentite, rettifiche e repliche da parte degli esponenti politici, sindacati in piazza, opinionisti al lavoro, poi calcoli, previsioni, riletture, regolarmente contestate, il tutto nella consueta cornice di una pressoché inestricabile selva di norme che si accavallano e si intrecciano nel corso del tempo, figlie legittime e non delle varie riforme.
Proprio in questi giorni abbiamo assistito al valzer di notizie circa la possibile accelerazione dell’innalzamento progressivo fino ai 65 anni dell’età pensionabile per le donne nel settore privato, conclusosi con il definitivo rinvio al 2020, anno in cui inizierà il percorso di progressivo adeguamento delle pensioni di vecchiaia dagli attuali 60 ai 65 anni (come per gli uomini). Dal 2020 l’età sarà innalzata di un mese, dal 2021 di ulteriori due mesi e di tre dal 2022, poi con scatti successivi fino al 2032. Vediamo di fare un poco (solo un poco!) di chiarezza: per effetto del blocco degli adeguamenti al costo della vita (mitigati solo in parte da una clausola di salvaguardia a favore delle pensioni medio-alte), la stretta sulla previdenza costerà ai pensionati italiani almeno 4 miliardi e passa di euro nei prossimi due anni; sempreché l'inflazione non continui a crescere, con la conseguenza di rendere più oneroso il blocco, totale o parziale, della rivalutazione per assegni superiori ai 1.428 euro lordi mensili. Tale blocco dell'indicizzazione porterà all’erario circa 2 miliardi di euro l'anno. L'effetto sulle pensioni più basse sarà quasi trascurabile, mentre su quelle più alte l'impatto sarà consistente: i calcoli del governo hanno ipotizzato un indice di rivalutazione delle pensioni all'1,5% nel biennio 2012-2013, anche se, più verosimilmente, vista l'attuale tendenza dei prezzi, l'indice dovrebbe subire una variazione maggiore.
Ai 4 miliardi di minor onere statale per i prossimi due anni da congelamento della rivalutazione, si sommeranno, a decorrere dal 2014, ulteriori risparmi derivanti dall'agganciamento delle pensioni alle speranze di vita, modesti fino al 2020, ma molto rilevanti negli anni successivi: 13 miliardi di risparmio nel decennio 2020-2030 e 19 dal 2030 al 2040, oltre a ciò che si risparmierà con l'aumento dell'età di pensione delle donne e l'allungamento del pagamento delle pensioni per effetto delle finestre d’ingresso posticipato.
Inoltre, alla perdita del potere d'acquisto, si sommeranno gli effetti dell’aumento dell'età pensionabile previsto dalle precedenti riforme che iniziano a manifestarsi proprio da quest'anno. Sui requisiti minimi per la pensione di anzianità peseranno, infatti, sia il meccanismo delle quote (che dal 2011 prevede l'età minima di 61 anni con almeno 36 anni di contributi), che le “finestre mobili” introdotte con la manovra triennale dello scorso anno per effetto del passaggio da "quota 95" a "quota 96", cioè 61 anni di età (invece di 60 con 35 anni di contributi), che di fatto mangiano un altro anno alla pensione: l'assegno previdenziale, infatti, comincia ad arrivare 12 mesi dopo la maturazione dei requisiti minimi per i dipendenti, 18 mesi per gli autonomi. Dal 2013 si passerà a "quota 97" per i dipendenti e a "quota 98" per gli autonomi, quindi l'età minima salirà ancora di un anno rispetto a oggi; mentre per le donne che lavorano nel settore pubblico nel 2012 l'età minima per la pensione di vecchiaia passerà dai 60 ai 65 anni.
Sempre dal 2014, come detto, bisognerà anche considerare l'effetto dell'agganciamento automatico dell'età pensionabile alle speranze di vita! In sede di prima applicazione tale aumento non potrà essere superiore a tre mesi, ma dal 2018, scatteranno gli aggiornamenti triennali, capaci di produrre effetti consistenti. Fonti Istat calcolano che nel 2050, rispetto a oggi, le speranze di vita a 65 anni aumenteranno di 6,5 anni per gli uomini e quasi 6 per le donne.
Tutto chiaro, quindi!
La considerazione finale è la seguente: nulla da dire sulla ferma volontà dell’Esecutivo di portare il paese al pareggio di bilancio nel 2014 così come impostoci dalla UE, niente da obiettare sulla necessità di ricercare gli strumenti più idonei al contenimento della spesa previdenziale, pienamente d’accordo sull’opportunità di correggere le distorsioni della curva di spesa pubblica, sulla rivitalizzazione dei consumi e del sostegno alla ripresa economica che stenta, ma chi glielo dice alle aspiranti pensionate (e ai colleghi uomini) che l’attesa si allungherà ulteriormente, che le “finestre” si chiuderanno a intermittenza come fossero semafori, che la pensione sarà sempre più magra, a fronte di mesi di interminabile durata e prezzi in preoccupante rimonta?

Dott. Paolo Mussi
Studio Carlo e Augusto Mussi

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