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Brexit: quali conseguenze per l’Europa?

del 24/06/2016

Brexit: quali conseguenze per l’Europa?

Il 24 giugno 2016 vince il Brexit: cosa accadrà in Europa?

A poche ore dall’esito del referendum sulla BREXIT nel Regno Unito, gli esperti provano a disegnare i possibili scenari futuri nonché le conseguenze che si potrebbero verificare a livello mondiale e sui singoli Paesi europei.

È ovviamente difficile prevedere gli sviluppi futuri ma è necessario valutare le conseguenze secondo diversi aspetti e secondo gli interessi degli attori direttamente o indirettamente coinvolti dalle conseguenze della Brexit del Regno Unito.

Si può presumere che a subire il contraccolpo maggiore possano essere le economie dei centri finanziari aperti (cosiddetti Paesi a “fiscalità agevolata”) come Irlanda, Malta, Lussemburgo, Cipro e la Svizzera, che con il Regno Unito hanno stretti rapporti finanziari.

Per una ragione diversa, la Spagna potrebbe subire delle conseguenze negative dovute alla Brexit a causa della larga esposizione finanziaria e degli ingenti investimenti diretti nei confronti del Regno Unito, specie attraverso le banche con le proprie attività di “retail” e le aziende spagnole di telecomunicazione.

Con riferimento all’Italia, le esportazioni verso il Regno Unito sono pari all'1,6% del Pil, i diritti finanziari del 13,2% sempre rispetto al Pil, solo lo 0,6% per quanto riguarda gli investimenti diretti, e uno 0,5% per quanto riguarda le migrazioni (in un senso e nell'altro) rispetto alla popolazione. L'Irlanda, come termine di paragone, è al 17,5% per quanto riguarda questo dato. Facendo un confronto con la Germania, questa fa registrare alla fine del 2015 esportazioni delle aziende tedesche verso il Regno Unito e degli investimenti diretti Oltremanica pari rispettivamente al 2,8% e all’1,5% del Pil nazionale. In entrambi i casi, si può presumere che l’impatto dell’uscita del Regno Unito dall’Europa sarà più o meno limitato sia per l’Italia che per la Germania, ma attenzione a valutare i seguenti due aspetti: il primo rappresentato dalle redistribuzione dei costi derivanti dai maggiori versamenti al bilancio comunitario per supplire all’assenza di Londra.

L’Italia dovrebbe accollarsi una spesa di 1,4 miliardi in più: comunque meno di quanto sarebbero costrette a sborsare la Germania (2,5 miliardi) e la Francia (1,87 miliardi). Il secondo aspetto, di più difficile lettura allo stato attuale, è capire come verrà affrontato a livello europeo l’uscita del Regno Unito dall’Europa, in altre parole quali saranno le misure approvate dai governanti europei per attenuare gli eventuali effetti negativi della Brexit. Si troveranno dei nuovi equilibri a livello europeo che potranno avere effetti positivi e negativi su taluni Paesi piuttosto che su altri. Sarà pertanto fondamentale evitare che a subire le conseguenze della Brexit siano solo alcuni Paesi dell’Europa, al fine di evitare di aggravare le già esistenti disparità economiche e sociali, aumentando il divario tra i Paesi ad economia più solida e quelli con una situazione economica e sociale più fragile.

Un ulteriore elemento da valutare è che la Brexit potrebbe spingere altri paesi a muoversi sulla stessa direzione, quei paesi che alcuni europeisti chiamano “sanguisughe” perché necessitano dei fondi Ue per andare avanti. Gli esempi sono Polonia e Ungheria: se dovessero seguire l’esempio del Regno Unito, l’Ue finirebbe paradossalmente per rafforzarsi.

Da un punto di vista puramente tecnico-finanziario, secondo gli esperti di gestione del risparmio gestito, la turbolenza preventivabile potrebbe dare luogo a opportunità di guadagno significative per quegli investitori che seguono un approccio fondamentale, di tipo bottom-up.

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