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Detrazione IVA ammessa per operazioni inesistenti, se c’è buona fede

del 12/02/2016

Detrazione IVA ammessa per operazioni inesistenti, se c’è buona fede

Secondo la Corte di Giustizia (causa C-277/14 del 22 ottobre 2015) è ammissibile la detrazione IVA per operazioni inesistenti se c’è buona fede da parte del cessionario. Nel caso in oggetto, un’impresa aveva detratto l’imposta su alcuni acquisti di carburante ma, in seguito a controllo fiscale, l’amministrazione tributaria negava (decisione del 5 aprile 2012) tale diritto perché le fatture risultavano emesse da un soggetto da ritenersi inesistente, cioè irreperibile, non registrato ai fini IVA, con sede sociale inagibile, senza autorizzazioni di vendita, né dichiarazioni fiscali, conti annuali pubblici o imposte versate e dunque, in base al decreto 27 aprile 2004, non idoneo a procedere a cessioni di beni.

Respinto il primo ricorso della società, sulla base del fatto che ci si era astenuti dal verificare se tali operazioni si collocassero nell’ambito di una frode, in Cassazione si invocava una violazione dell’articolo 86, paragrafi 1 e 2, punto 1, lettera a), della legge sull’IVA, in combinato disposto con l’articolo 17, paragrafo 2, della sesta direttiva invocando il principio di neutralità dell’IVA: non sarebbe corretto privare un soggetto passivo in buona fede del diritto alla detrazione, tenuto conto che aveva ricevuto documenti che accertavano tale società come operatore che esercitava legalmente: estratto del registro imprese, attribuzione di numero di identificazione fiscale e un attestato di attribuzione di un numero d’identificazione statistica.

Nel valutare la buona fede del soggetto passivo, il giudice ha ritenuto necessarie almeno il sussistere di condizioni sostanziali per esercitare il diritto alla detrazione IVA. In particolare, un’acquisizione di beni può essere qualificata come cessione di beni quando le relative fatture indicano un soggetto inesistente ma è impossibile determinare l’identità del vero fornitore dei beni in questione? Un soggetto inesistente, infatti, non potrebbe né trasferire il potere di disporre delle merci come proprietario né ricevere pagamenti. In tali circostanze, le autorità non disporrebbero neanche di un credito fiscale esigibile e non vi sarebbe alcuna imposta dovuta.

Alla luce di tali considerazioni, il giudice ha deciso di sospendere il procedimento e sottoporre il giudizio alla Corte di Giustizia. I giudici hanno chiarito che la nozione di «cessione di beni» di cui all’articolo 5, paragrafo 1, della sesta direttiva, si riferisce a qualsiasi trasferimento di un bene materiale effettuata da una parte che autorizza l’altra a disporne come se ne fosse il proprietario.

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