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Quando la moglie può essere condannata al pagamento di un assegno di mantenimento in favore del marito?

del 31/12/2015

Contatta | Avv. Anna Maria Ghigna e Avv. Simone Campi
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La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8716 depositata il 29 aprile 2015, ha esaminato il caso di una separazione tra coniugi in cui, in base all’alto tenore di vita goduto durante il matrimonio, veniva assegnata a carico della moglie una cifra pari ad Euro 2.000,00 mensili, per il mantenimento del marito.

Il Tribunale di Teramo aveva originariamente posto a carico della donna l’obbligo di corrispondere al marito un assegno di mantenimento di Euro 500,00 mensili, annualmente rivalutabili, ma la corte territoriale, investita della questione, aveva ritenuto inadeguata la misura dell’importo sulla base del fatto che, da un lato, era stato dimostrato un elevato tenore di vita che la coppia conduceva prima della separazione, assicurato principalmente dai cospicui redditi di cui godeva la moglie, coniuge economicamente più forte, e, dall’altro lato, non era stata contestata la circostanza che il marito era stato licenziato dall’azienda della quale era dipendente ed era stato posto in mobilità.

La corte, quindi, disponeva un aumento dell’assegno di mantenimento dovuto dalla donna al marito, determinandolo in Euro 800,00 mensili dalla data della domanda, al febbraio del 2007, ed in Euro 2.000,00 mensili dal marzo successivo alla data in cui, a seguito dell’introduzione del giudizio di divorzio, i rapporti patrimoniali fra i coniugi risultavano regolati dall’ordinanza presidenziale di fissazione provvisoria dell’assegno divorzile.

Veniva proposto ricorso per Cassazione sulla base di diversi motivi lamentati dalla ex moglie ma, i giudici di Piazza Cavour, con la sentenza in commento, lo hanno dichiarato inammissibile condannando la ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.

Si legge in sentenza che “nessuno dei motivi in esame prospetta ragioni di doglianza riconducibili al vizio di legittimità delineato dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b) convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, il quale esige che il ricorrente indichi il “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” lo stesso sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. SS.UU, n. 8053/2014).

L’importo di Euro 2.000,00 mensili in favore del marito veniva quindi confermato.

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