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La convivenza di fatto può essere considerata un contratto?

del 29/12/2015

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L’istituto del contratto di convivenza è di nascita relativamente recente nell’ordinamento giuridico italiano. Mai regolato dal nostro Legislatore esso nasce, e si sta gradualmente affermando nella pratica, come una risposta al cambiamento dei costumi intervenuti nella nostra società, dove è sempre più preferita e diffusa la convivenza (cosiddetta more uxorio)rispetto al matrimonio. Una tendenza, questa, recentemente avvalorata dalla stessa Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, la quale ha affermato come la famiglia ben possa non fondarsi soltanto sul matrimonio. In Italia la Corte di Cassazione ha chiarito che le coppie di fatto (quindi non coniugate), ancorché dello stesso sesso, ben possono agire in giudizio “per fare valere, in presenza di particolari situazioni, il diritto ad un trattamento non disomogeneo rispetto a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata” (Sentenza Cass. Civile n. 4184 del 15.03.2012).

Alcuni autori ritenevano questi accordi nulli per illiceità della causa. Si tratta, tuttavia, di una interpretazione superata. Questi accordi, infatti, trovano legittimità sul fatto che si fondano sulla reciprocità, quasi di natura matrimoniale, tra i contributi e gli apporti dei due partner.  

Da un punto di vista prettamente giuridico, appaiono sempre più simili tra loro l’istituto del matrimonio e la convivenza more uxorio; quest’ultima sta gradualmente passando da un semplice “intrecciarsi di rapporti di fatto” ad una vera e propria realtà giuridica che ha come caratteristica principale quella di poter essere modificata dalle singole parti e adattata alle proprie esigenze e/o preferenze. Con tale contratto, infatti, la coppia definisce le regole della propria convivenza attraverso la regolamentazione dei rapporti personali, quali la facoltà di assistenza reciproca in caso di malattia e, soprattutto, dei rapporti patrimoniali (contribuzione e mantenimento) sia in costanza di convivenza che in vista di una futura ed eventuale sua cessazione.

Proprio con riferimento alla cessazione della convivenza, quando manca una specifica regolamentazione contrattuale tra i c.d. partner si verificano i maggiori problemi di gestione. Si tratta dell’ipotesi in assoluto maggioritaria, poiché difficilmente si trovano contatti scritti che regolamentino i rapporti di fatto di una coppia. Come qualificare, quindi, ad esempio i pagamenti fatti in corso di convivenza da uno dei due partner, es. il pagamento delle ferie, dell’affitto, delle spese quotidiane?

In mancanza di un accordo, gli effetti patrimoniali conseguenti alla fine del rapporto di convivenza vengono di norma ricondotti all’istituto della c.d. obbligazione naturale e cioè di quelle obbligazioni, di per se non ripetibili, che vengono fatte in forza di un obbligo morale o sociale. In un’ottica di reciproca solidarietà, il partner che ha fatto pagamenti anche nell’interesse dell’altro non potrebbe chiedere la restituzione proprio perché fatte in adempimento di un obbligo morale. Questo ovviamente se tali pagamenti o attribuzioni siano proporzionati e adeguati alle condizioni economiche e sociali dei due conviventi. In caso contrario, è possibile chiedere la restituzione della parte che di fatto ha ingiustificatamente arricchito l’altro partner. Si tratta della c.d. azione per ingiustificato arricchimento prevista all’articolo 2041 del Codice Civile.

Questo orientamento è stato recentemente confermato dalla Suprema Corte di Cassazione, la quale ha ancora una volta confermato che le obbligazioni tra i conviventi sono obbligazioni naturali. È evidente che si tratta di una posizione che si scontra con i veloci cambiamenti che stiamo vivendo nella società. Pur in assenza di un contratto scritto, appare ovvio come la contribuzione alle spese in corso di convivenza, anche con assegnazione di somme di denaro, più che riconducibili a obblighi di carattere morale e/o sociale, è di fatto indice dell’esistenza di un rapporto che dovrebbe essere tutelato al pari di quelli che si basano su un accordo scritto.

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