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Interessi ultralegali richiesti dalla Banca, validi?

del 20/01/2014

I Giudici del Palazzaccio, con la sentenza n. 18540/2013 hanno stabilito che la banca, in sede di contestazione della pattuizione degli interessi ultralegali, è tenuta a produrre in giudizio tutti gli estratti conto a partire dall’apertura del conto corrente, anche se vengano superati i dieci anni di durata del medesimo, a prova dell’esistenza del credito fatto valere nei confronti del cliente.

Secondo i giudici della Corte la produzione degli estratti conto relativi ad un arco temporale più breve selezionato arbitrariamente dalla banca, deve ritenersi in toto inidonea ad assolvere l’onus probandi posto a carico della stessa; ciò significa che la banca non può difendersi sostenendo che la previsione di un arco temporale così lungo per la conservazione dei documenti, vada interpretata come un limite all’onere posto a suo carico al fine di dimostrare il credito. Di conseguenza ella è tenuta a produrre gli estratti conto a partire dall’apertura del conto, anche oltre il decennio, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito quando le contestazioni del debitore riguardano l’intera durata del rapporto (viene richiamato l’orientamento fatto proprio dalle Sez. Unite con la pronuncia n. 21095/2004).

Nella sentenza di cui si discute, venivano contestati – l’insufficienza probatoria dei documenti prodotti dalla banca a sostegno del proprio credito azionato nei confronti del cliente; - l’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi con applicazione di un tasso legale superiore a quello stabilito dalla L. 108/06.

La contestazione relativa all’illegittima applicazione degli interessi anatocistici, costituisce una censura relativa alla validità delle condizioni contrattuali stabilite dall’istituto bancario e sottoscritte dal cliente idonea ad alterare, nonostante la correttezza contabile delle annotazioni eseguite sul conto, il risultato finale. Circostanza ,questa, valida anche nel caso in cui vi sia la mancata contestazione dei medesimi estratti conto inviati al cliente dalla banca, che presuppone oggetto di tacita approvazione in difetto di contestazione ai sensi dell’art. 1832 cod. civ..In realtà siffatto comportamento da parte del cliente  non vale a superare la nullità della clausola relativa agli interessi ultralegali, perchè la comunicazione del tasso d’interesse avviene unilateralmente da parte della banca, ragion per cui non può supplire al difetto originario di un valido accordo scritto tra le parti che sia  in deroga alle condizioni di legge, come richiesto dall’art. 1284 cod. civ. Ne consegue che in sede di giudizio a cognizione piena, una volta che sia stata contestata, per mancanza dei requisiti ex lege, la pattuizione degli interessi ultralegali la banca, per far valere le sue ragioni, è tenuta a produrre gli estratti conto a partire dall’apertura del conto, anche oltre il decennio “perchè  l’onere di conservazione della documentazione contabile non va confuso con quello di prova del proprio credito”.

Qualora, dunque, si contesti l’ illegittima capitalizzazione degli interessi, si rende necessario verificare fin dall’inizio l’esistenza e la validità del rapporto. La produzione degli estratti conto da parte della banca relativi ad un arco temporale più breve o unilateralmente individuato dalla stessa deve ritenersi a tutti gli effetti inidoneo ad assolvere al suo onere probatorio.

Riguardo alla previsione contenuta nell’art. 2220 c.c., secondo la quale “le scritture contabili devono essere conservate per dieci anni dall’ultima registrazione” , preme sottolineare che si tratta di uno strumento posto a tutela dei terzi estranei al rapporto tra banca e cliente (ergo imprenditoriale) il quale garantisce a costoro la conoscibilità e la trasparenza delle attività d’impresa. Nel rapporto tra banca e cliente, in caso di contestazione dell’entità del credito e dell’applicazione di interessi ultralegali, troverà piena applicazione la previsione di cui all’art. 2697 c.c. il quale stabilisce che “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento; chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda”.

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