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Stalking, lesioni e rimessione della querela

del 20/12/2013


I Giudici della Sez.V penale, della Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza n.38690/13 hanno stabilito che lo stalker che provoca anche lesioni personali alla vittima subisce comunque il processo per questo secondo reato anche nel caso in cui la persona offesa ritiri la querela, ciò in quanto la remissione di querela da parte della vittima non impedisce l’azione d’ufficio per lesioni.

Il tema di cui si discute è capire se la remissione della querela (dunque il ritiro delle accuse)  nei confronti di un soggetto imputato dei reati di atti persecutori (ex art. 612 c.p.) ai quali sono seguiti delle lesioni volontarie (ex art.582 c.p.) nei confronti della vittima, renda improcedibile oltre al processo per “stalking” anche quello relativo al delitto di lesione volontaria aggravato perché commesso dallo stesso autore del reato di atti persecutori.

E’ doveroso precisare che in merito a tale argomento si registrano diverse scuole di pensiero: in particolare i Giudici di primo grado avevano sostenuto che venendo meno, in conseguenza della remissione di querela, la possibilità di procedere nei confronti del soggetto imputato del reato di cui all'art. 612 bis c.p., verrebbe meno, correlativamente, anche la possibilità di accertare la sua responsabilità per il secondo reato in quanto verrebbe meno il presupposto indefettibile per il riconoscimento della menzionata circostanza aggravante e, quindi, della procedibilità d'ufficio, ex art. 582 c.p., comma 2, del delitto di lesione personale volontaria, e cioè che l’autore dei due reati sia la medesima persona.

Tuttavia, tale tesi non appare condivisibile dalla Suprema Corte perché in realtà non esiste alcun collegamento fra la procedibilità penale in relazione a reati di particolare gravità (come lo stalking) e la procedibilità d’ufficio di altrettanti gravi reati come quello di cui all’art. 582 c.p.,2 comma,ovvero lesioni personali gravi.

In poche parole, la remissione della querela renderà, purtroppo, non perseguibile il delitto di atti persecutori (salvo alcune eccezioni), ma lo stesso non potrà dirsi per il reato di lesioni personali perché in questo secondo caso, il Giudice avrà l’obbligo di proseguire la sua indagine e di procedere all’eventuale accertamento di responsabilità del soggetto che le ha poste in essere nei confronti della sua vittima.

Ed invero, il giudice deve essere in grado di verificare se all’imputato sono addebitabili in concreto comportamenti persecutori in danno della vittima al fine di pronunciarsi sulla responsabilità dell’autore del reato ma non per il delitto di stalking, ormai espunto dal procedimento a suo carico in conseguenza della remissione della querela, ma per la diversa fattispecie di reato  consistente nelle lesioni personali volontarie.

La ratio che sottende al ragionamento dei Supremi Giudici è da ricercare nella volontà di sottrarre alla vittima-persona offesa il potere di decidere se procedere penalmente in relazione a reati di particolare gravità, lasciando che siano i Giudici d’ufficio a procedere agli accertamenti del fatto e delle conseguenti responsabilità.

Di sovente  le vittime decidono di ritirare le querele, inizialmente presentate nei confronti dei loro “stalker”, perché sono mosse da sentimenti di paura e timore nei confronti di questi carnefici i quali troppo spesso rimangono a piede libero fino alla conclusione delle indagini e tutto questo rende le “perseguitate” deboli e vulnerabili perché temono per la loro vita.

L’interesse prevalente avuto di mira da chi crea il diritto è, in definitiva, quello di assicurare una protezione più intensa del bene giuridico quale è la vita, ogni qualvolta sia aggredito con modalità particolarmente gravi ed odiose da rendere assolutamente necessaria la perseguibilità d’ufficio di siffatto reato sottraendo ogni potere dispositivo alle vittime evidentemente non lucide al punto di pensare di “fare giustizia”!

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