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Senza ricorso a fallimento e procedure concorsuali

del 11/09/2013

Senza ricorso a fallimento e procedure concorsuali
Nella riforma della legge fallimentare nel 2005 e 2006, una delle principali lacune legislative consisteva nella impossibilità per il debitore civile o il piccolo imprenditore di poter accedere alle procedure concorsuali.

La problematica è stata sentita in maniera sempre più pressante, tenuto conto anche dell’attuale crisi economica e del fatto che la nostra economia è per lo più trainata da imprese prevalentemente di medio-piccole dimensioni, spesso sottratte al fallimento, non raggiungendo i limiti previsti all’articolo 1 della nuova Legge Fallimentare.

Dopo svariati anni di discussione si è giunti all’emanazione della legge del 27.01.2012, n. 3, poi modificata con legge del 17.12.2012, n. 221, recante “disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento”.

Tale legge permette a taluni soggetti, per i quali non è previsto il fallimento, di concludere con i propri creditori un accordo al fine di “ristrutturare” il debito. Ciò avviene con uno specifico strumento che prende il nome di “composizione della crisi da sovraindebitamento”.

Alla procedura possono accedere solo i debitori non soggetti al fallimento (piccoli imprenditori, imprenditori agricoli, professionisti, privati in genere, etc…) a condizione che non vi abbiano già fatto ricorso nei precedenti 5 anni.

Cosa si intende per sovraindebitamento? All’articolo 6 della legge, viene definito come una situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte dal debitore e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, con conseguente incapacità definitiva di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni.

Il debitore, facendo ricorso a specifici Organismi di composizione della crisi (c.d. OCC iscritti in apposito elenco tenuto presso il Ministero della Giustizia), può proporre ai creditori un accordo di ristrutturazione dei debiti sulla base di uno specifico piano.

La proposta di accordo deve prevedere la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei redditi futuri, e nel caso in cui i beni del debitore non siano sufficienti a garantire la fattibilità del piano, tale proposta dovrà essere sottoscritta da uno o più soggetti terzi che concedano in garanzia redditi o beni sufficienti per attuare l’accordo.

Nell’accordo sono inoltre previste le modalità di liquidazione dei beni (è possibile prevedere che la liquidazione del patrimonio del debitore vengano affidati ad un terzo fiduciario).

La proposta deve essere depositata presso il tribunale del luogo ove risiede o ha sede il debitore, unitamente all’elenco di tutti i creditori e l’indicazione delle somme dovute: se la proposta soddisfa tutti i requisiti stabiliti dalla legge, il giudice fissa una udienza nella quale potrà disporre la sospensione delle procedure esecutive.

Per poter omologare l’accordo, la proposta del debitore deve essere accettata dai creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti.

Il voto viene comunicato direttamente all’Organismo di composizione della crisi. Se l’accordo viene raggiunto, l’Organismo di composizione della crisi trasmette ai creditori una relazione sui consensi espressi. Ogni creditore potrà proporre opposizione.

In mancanza di opposizioni la relazione viene trasmessa al Tribunale che procede con la omologa dell’accordo e ne dispone la pubblicazione.

L'accordo omologato non pregiudica i diritti dei creditori verso i coobbligati, fideiussori del debitore e obbligati in via di regresso.

Qualora il debitore non adempia agli obblighi assunti, ciascun creditore potrà chiedere la risoluzione dell’accordo; se invece il passivo è stato dolosamente aumentato o diminuito si potrà chiedere l’annullamento che non pregiudica i diritti acquisiti nel frattempo dai terzi in buona fede.

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