Meno lavoro regolare. Sempre più attività sommerse. Questa potrebbe essere la sintesi racchiusa nei risultati degli ultimi studi effettuati dalla Confederazione delle Imprese Artigiane e recentemente diffusi. Stando ai dati, infatti, sembra che soltanto nell’anno 2011, il lavoro in nero sia stato un fenomeno a dir poco dilagante con cifre da capo giro: il fenomeno ha interessato quasi 3 milioni di lavoratori; l’ammanco nelle casse erariali è pari a circa 43 miliardi di euro su base annua.
Una vera e propria piaga del nostro Paese. Il segretario della CGIA di Mestre ne parla proprio in questi termini ma, se da un lato definisce il lavoro sommerso come un terribile morbo italiano da combattere, dall’altro lascia trapelare una certa sfumatura di comprensione: secondo il segretario, molto spesso chi perde il lavoro non ha altre speranze se non quella di accettare ogni tipo di lavoro proposto, anche quello irregolare. Si tratta di una questione di sopravvivenza, dunque, un bisogno imprescindibile che va oltre i disagi tipici del lavoro irregolare (mancanza di assicurazioni, previdenza pensionistica, diritti, etc.).
Inutile negare che questa traccia di ragionamento, sembra insita nei pensieri di molti, a ogni grado della scala sociale ed economica della nostra nazione.
L’economica italiana favorisce l’espansione del lavoro sommerso?
La Crisi, certo, non aiuta la regolarizzazione completa del mercato del lavoro italiano. Decine di migliaia di disoccupati, dipendenti part time sotto pagati, pensionati sempre più spesso sprofondati in situazioni economiche disperate. Senza ipocrisie, è questa l’immagine del Bel Paese che è davanti agli occhi di molti.
Un’istantanea dai tratti scoraggianti che, arricchita da continui particolari di cronaca, si tinge di dettagli sempre più infausti e spinge i cittadini a ricercare un’entrata economica supplementare, il più delle volte irregolare.
A questo si aggiunge una fiscalità sul mercato del lavoro che non accenna ad allentarsi e favorisce l’avvio di attività produttive fuori legge.
Come spesso accade, il fenomeno del lavoro irregolare è maggiormente diffuso al Sud Italia. Una zona geografica in cui, ironia della sorte, il lavoro nero sembra quasi fungere da vero e proprio ammortizzatore sociale: le fragili realtà industriali in zona non possono permettersi assunzioni con così onerose condizioni fiscali e i lavoratori si accontentano di percepire un qualsiasi tipo di retribuzione, anche priva di garanzie e protezioni assicurative.
Da quanto si evince, insomma, se da un lato vi è il chiaro e legittimo intento di denunciare questo vergognoso primato italiano, dall’altro si percepisce la comprensione di gran parte dei soggetti e degli operatori economici nazionali.
Una vera e propria piaga del nostro Paese. Il segretario della CGIA di Mestre ne parla proprio in questi termini ma, se da un lato definisce il lavoro sommerso come un terribile morbo italiano da combattere, dall’altro lascia trapelare una certa sfumatura di comprensione: secondo il segretario, molto spesso chi perde il lavoro non ha altre speranze se non quella di accettare ogni tipo di lavoro proposto, anche quello irregolare. Si tratta di una questione di sopravvivenza, dunque, un bisogno imprescindibile che va oltre i disagi tipici del lavoro irregolare (mancanza di assicurazioni, previdenza pensionistica, diritti, etc.).
Inutile negare che questa traccia di ragionamento, sembra insita nei pensieri di molti, a ogni grado della scala sociale ed economica della nostra nazione.
L’economica italiana favorisce l’espansione del lavoro sommerso?
La Crisi, certo, non aiuta la regolarizzazione completa del mercato del lavoro italiano. Decine di migliaia di disoccupati, dipendenti part time sotto pagati, pensionati sempre più spesso sprofondati in situazioni economiche disperate. Senza ipocrisie, è questa l’immagine del Bel Paese che è davanti agli occhi di molti.
Un’istantanea dai tratti scoraggianti che, arricchita da continui particolari di cronaca, si tinge di dettagli sempre più infausti e spinge i cittadini a ricercare un’entrata economica supplementare, il più delle volte irregolare.
A questo si aggiunge una fiscalità sul mercato del lavoro che non accenna ad allentarsi e favorisce l’avvio di attività produttive fuori legge.
Come spesso accade, il fenomeno del lavoro irregolare è maggiormente diffuso al Sud Italia. Una zona geografica in cui, ironia della sorte, il lavoro nero sembra quasi fungere da vero e proprio ammortizzatore sociale: le fragili realtà industriali in zona non possono permettersi assunzioni con così onerose condizioni fiscali e i lavoratori si accontentano di percepire un qualsiasi tipo di retribuzione, anche priva di garanzie e protezioni assicurative.
Da quanto si evince, insomma, se da un lato vi è il chiaro e legittimo intento di denunciare questo vergognoso primato italiano, dall’altro si percepisce la comprensione di gran parte dei soggetti e degli operatori economici nazionali.
