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Interrogativi sul futuro italiano

del 29/08/2013

Nello svolgere la mia attività mi trovo spesso a parlare con imprenditori, consulenti, manager, ma anche con chi fa attività a volte molto distanti dalla gestione d’impresa, come insegnanti, artisti e di più: casalinghe, pensionati a completare il quadro.

Ciò che riscontro, nelle diverse modalità espressive, è che tutti, ma proprio tutti, si rendono conto che questo Governo oltre alla propaganda nulla sta facendo per riparare al collasso istituzionale e socio economico procurato al Paese in oltre 20 anni di scempio.

Nessuno viene più abbindolato da ipocrisie o falsi problemi sollevati all’unico scopo di mantenere inalterato lo stato delle cose.

Ma in cosa stanno sperando i nostri politici? Sul fatto che se l’economia si riprenderà il pericolo sarà finito e tutto tornerà come prima? E’ questo che i vari membri del Governo, continuando ad invocare alla ripresa?

E’ un peccato deluderli, ma purtroppo nel frattempo il mondo è cambiato. Se la nostra economia dovesse mai riprendersi, non lo farà mai al ritmo degli anni ’90, perché la struttura dell’economia mondiale marcia ormai su altri binari, e nel frattempo Paesi come gli Stati Uniti d’America hanno capito che delocalizzare l’azienda manifatturiera, cos’ come sono stati i primi a fare, porta ad una perdita complessiva di know-how e quindi di valore e si stanno adoperando da un lato per il ritorno allo sviluppo del manifatturiero all’interno dei propri confini, dall’altro per l’autosufficienza energetica che sarà uno dei “must” per il contenimento della spesa nazionale nel prossimo imminente futuro.

E cosa sta facendo l’attuale Governo, ma mi vien da dire gli ultimi due che dovevano essere i Governi di “Salvezza nazionale”? Si crogiolano nell’ipocrisia, il primo per aver fatto, a suo dire, un lavoro memorabile nel far recuperare credibilità al nostro Paese, il secondo, per il suo “fare” che sarà propedeutico alla “poderosa” ripresa.

Probabilmente i marziani siamo noi, professionisti e cittadini che lavorano tutto il giorno a stretto contatto con la realtà e che non riescono a rendersi conto di queste “magnifiche” gesta, ma al contrario vedono scenari di desolazione e di disfatta totale.

Stiamo svendendo il made in Italy: Perugina, Pernigotti, Loro Piana, aziende vinicole nel Chianti, ma per quale motivo? non certo perché gli imprenditori italiani che le cedono se le lasciano portar via, ma semplicemente perché non è più possibile in Italia sopportare concorrenza diretta e indiretta (vedremo poi cosa voglio dire), tassazioni impossibili e ingiuste, assenza totale di supporto infrastrutturale e burocrazia da furi di testa. Ma cosa succederà in questo modo? Semplicemente si ridurrà il PIL, l’Italia perde il proprio fatturato. Se vediamo il caso Loro Piana, sono stati gli stessi imprenditori che hanno venduto a confessare che gli oltre 2,7 miliardi di euro realizzati con la cessione sono stati loro tassati solo al 4% grazie ad una “buona” consulenza fiscale.

E che dire del caso di multinazionali come Apple, che chiude il 2012 con utili consolidati per 41,7 miliardi di dollari, ma guarda caso solo con la controllata italiana è riuscita ad andare in rosso, versando comunque 3 milioni di euro in tasse (ndr pur essendo andata in rosso) e maturando un credito di imposta per 2,5 milioni?
Di questo passo che fine faranno le casse pubbliche? O si penserà di recuperare quanto non entra per via ordinaria attraverso il recupero del sommerso? Facciamo un bel salto indietro rievocando la caccia alle streghe che oggi si chiamano evasori fiscali? O vogliamo cercare invece di capire perché c’è evasione?

Ma in termini di masse è più importante l’evasione o l’elusione legalizzata che si perpetua attraverso meccanismi di ingegneria fiscale? Ma che deve fare il nostro Governo, la lotta al mondo per eliminare le disparità di trattamento fiscale o dovrebbe iniziare ad adoperarsi affinché in Italia si crei l’ambiente ideale per venire a pagare le tasse?

Un immensa risonante campagna pubblicitaria che offra tassazioni super scontate a chi decide di aprire la propria sede principale in Italia, accompagnata dalla revisione della legge sul made in Italy, che è ancora una vera, grande risorsa, che preveda l’obbligo di produrre dal primo all’ultimo pezzo in Italia, documentandolo.

Come farlo?

Beh ci sono fior di tecnici al Governo, che almeno siano strapagati per qualcosa, che usino il cervello, se non è troppo concentrato su questioni inutili, come ad esempio il tentativo ridicolo di rimanere a tutti i costi nell’Euro anche a costo di creare un impoverimento del Paese difficilmente sanabile perché va a colpire quelle fasce cha garantiscono i consumi interni e che tutte le economie mondiali stanno cercando di proteggere o, quelle in via di sviluppo come la Cina, stanno cercando di far crescere. Molti economisti che vedevano con favore la creazione di un’Europa Unita, avevano fin dall’inizio ammonito che l’unione monetaria avrebbe dovuto avvenire solo in seguito ad una piena unità politica, economica e fiscale, invece come al solito si sono volute prendere delle scorciatoie.

Il risultato? Il risultato è che andando a velocità diverse si sono prodotte delle conseguenze come ad esempio lo spread, il quale non è un’invenzione di questi ultimi anni, ma è sempre esistito. Chi si ricorda all’epoca dello SME (il Sistema Monetario Europeo) che ha preceduto l’ingresso della moneta unica la forza del marco tedesco rispetto alla lira? Beh, quei movimenti valutari non avevano altra funzione se non quella di andare a bilanciare la minor credibilità che ha sempre avuto l’Italia rispetto alla Germania e questo si manifestava sul mercato dei tassi e di conseguenza dei cambi. Ma ora che succede? Succede che il mercato dei cambi è fisso e quindi le differenze che si producono nel mercato dei tassi non possono più essere compensate. In questo modo lo spread, che non è altro che un maggior costo del denaro che il nostro stato e le nostre imprese pagano in più rispetto agli altri paesi dell’Unione, diventa un elemento negativo che non rappresenta altro che una concorrenza indiretta per le nostre imprese che in questo modo, dovendosi finanziare a tassi maggiori rispetto alle concorrenti europee, e non potendo contare sul vantaggio di prezzo, dato prima dell’euro, dalla svalutazione della moneta, hanno un costo aggiuntivo netto rappresentato dagli oneri finanziari che, oltretutto, non sono nemmeno detraibili ai fini IRAP. In pratica oggi è come se fossimo fuori dalla zona Euro non potendo più contare sugli strumenti compensativi di un tempo.

A che pro? A questa concorrenza indiretta venutasi a generare all’interno della Comunità europea, va ad aggiungersi quella diretta svolta dai competitor dei nostri imprenditori che possono contare su uno stato che lavora PER le imprese e non CONTRO, che ha una burocrazia sostenibile, che incentiva la ricerca e la fa, che ha una classe politica meno spudorata e una corruzione pubblica che non impedisce di svolgere le opere di prima necessità o genera una moltiplicazione di costi assurda a carico dell’intera collettività. Davvero tanta gente su questi temi non capisce e la domanda più ricorrente è: “come è possibile che ci accorgiamo noi di queste cose e non chi dovrebbe avere la conoscenza per farlo e la capacità per invertire la rotta?” e ancora: “Dove può andare il nostro Paese di questo passo? Di sicuro chi può non terminerà di far uscire i capitali e le aziende e che il Governo non venga poi a dire che è stata una “disattenzione” quando finalmente ammetterà il processo di desertificazione in atto.
Si tratta di un inspiegabile silenzio.

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