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Stalker e disturbo della personalità

del 13/06/2013

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v.le Leonardo da Vinci 114 Roma 00145 Roma (RM)

Tribunale Catania, sez. Acireale, sentenza 18.03.2013 n° 66

Siamo all’interno della casistica classica del delitto di atti persecutori consumato dall’ex partner: l’imputato, durante la relazione con la vittima, mostrava una gelosia ossessiva giunta finanche a negare a quest’ultima di uscire con i genitori, i figli nati dal suo precedente matrimonio, la teneva sotto controllo, la chiamava di frequente e le mandava numerosi sms, manifestando la propria personalità maniacale. La donna decideva quindi di interrompere la relazione e l’imputato iniziava una vera e propria persecuzione della persona offesa, ossessionandola con telefonate, s.m.s, messaggi osceni su facebook (lasciati con altri pseudonimi), fino ad arrivare ad aggressioni fisiche.

Una volta provato lo stillicidio persecutorio posto in essere dallo stalker e la verificazione di uno degli eventi alternativi previsti dalla fattispecie incriminatrice ex art. 612-bis c.p. (il perdurante e grave stato di ansia e di paura), il Tribunale di Catania, sez. dist. di Acireale, fa proprie le conclusioni del C.T.U. in ordine alla capacità di intendere e di volere. Dalla perizia psichiatrica si evince che l’imputato è da lungo tempo instabile; che è affetto da disturbo schizofrenico di tipo bipolare, disturbo già presente all’epoca dei fatti, con capacità di intendere e di volere fortemente scemata; che dopo la decisione della vittima di troncare la relazione l’imputato ha tentato il suicidio (ragione per a quale veniva sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio).

Sulla base di tali elementi, il Giudice ritiene sussistere il vizio parziale di mente, ai sensi dell’art. 89 c.p., con conseguente diminuzione di pena.

Sul punto la sentenza in rassegna si allinea a quanto statuito, in tema di imputabilità dalle Sezioni Unite, «ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i "disturbi della personalità", che non sempre sono inquadrabili nel ristretto novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di "infermità", purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale. Ne consegue che nessun rilievo, ai fini dell'imputabilità, deve essere dato ad altre anomalie caratteriali o alterazioni e disarmonie della personalità che non presentino i caratteri sopra indicati, nonché agli stati emotivi e passionali, salvo che questi ultimi non si inseriscano, eccezionalmente, in un quadro più ampio di "infermità"» (Cass. Sez. Un. 25 gennaio 2005, n. 9163, Raso, Rv. 230317). Tale orientamento è stato ribadito di recente da Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 9 gennaio - 17 aprile 2013, n. 17608 (in D&G del 18 aprile).

Nell’ambito dei reati consumati all’interno della sfera latu sensu familiare, si è fatto rientrare nel concetto di disturbo della personalità (di consistenza, intensità e gravità, tale da incidere sulla capacità di intendere e volere), anche uno stato emotivo e passionale, dovuto allo “stress” conseguente alla crisi del rapporto coniugale, che determini una compromissione della capacità di volere e si associ ad uno “status” patologico anche se di natura transeunte (Cass. pen., sez. I, 22 novembre 2005, n. 1038, in Riv. it. medicina legale 2006, 6, 1226).

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