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I contratti di rete: il punto sugli aspetti critici

del 27/03/2013

I contratti di rete: il punto sugli aspetti critici

Il D.L. n. 179/12 ha apportato l’ultima modifica alla recente normativa, costituita dall’art. 3, commi da 4-ter a 4-quinquies del D.L. n. 5/09, che disciplina i contratti di rete.

Sebbene il recepimento dell’istituto nel nostro ordinamento abbia riscosso senza  dubbio, e a ragione, grande successo presso il mondo dell’imprenditoria (visto il sostegno che apporta alle sinergie fra imprese), non si può negare l’esistenza di alcune criticità operative, che necessitano di essere risolte quanto prima.

La prima riguarda l’introduzione della possibilità che le imprese, attraverso il contratto di rete, diano origine ad un soggetto distinto da esse, con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo civilistico e tributario (capacità processuale, imputazione delle operazioni e conseguente responsabilità civile ecc). 

A tal proposito, l’ultima modifica legislativa ha previsto che tutti i contratti di rete dotati di un fondo patrimoniale, possano acquisire lo stato di ‘soggetto di diritto’ mediante semplice iscrizione nella sezione ordinaria del Registro delle imprese, esattamente come qualsiasi società di capitali.

Tuttavia l’applicazione della suddetta modifica potrebbe non rivelarsi agevole, ad esempio nel caso in cui si costituisca una società ad hoc per eseguire il progetto di rete; in tal caso, è sensato prevedere una sovrapposizione delle diverse discipline (quelle tipiche della società neocostituita da un lato e quelle relative al funzionamento della rete dall’altro). 

Un’ulteriore questione aperta resta quella sugli elementi caratterizzanti il soggetto “rete”, dal momento che vengono indicati come necessari solamente la “sede”, la “denominazione” e il “fondo comune”. 

Non esistono, ad esempio, disposizioni in merito alla capacità di agire della rete.

A partire dal 2012 è stata poi prevista la possibilità di creare una rete senza organo comune né fondo patrimoniale.

Oggi è pertanto possibile individuare almeno tre tipologie di contratti di rete:

  • rete-soggetto;
  • rete contrattuale a responsabilità limitata;
  • rete contrattuale senza limitazione di responsabilità.

In merito invece alla soggettività (passiva) tributaria della rete, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 4/E/2011, aveva previsto che l’appartenenza a una rete non fa perdere la predetta soggettività alle imprese partecipanti e che la rete non è un soggetto passivo d’imposta.

Tuttavia alcuni ritengono che, nel caso in cui si intenda la rete un soggetto di diritto a sé stante, essa possa essere considerata anche un autonomo soggetto d’imposta ai sensi dell’art. 73 del TUIR.

Restano comunque dei dubbi alla luce del fatto che, ad oggi, la rete non possa ancora ottenere una partita IVA.

Altra questione irrisolta è quella attinente al rischio del cd. “abuso contrattuale”.

La prassi ha evidenziato che le reti riconoscono spesso, al loro interno, un’impresa leader che, di fatto, coordina le altre e dispone del programma di rete.

E’ evidente tuttavia che questa sorta di gerarchia “implicita”, se gestita in maniera distorta, potrebbe compromettere le prerogative delle altre imprese partecipanti e sminuire il valore economico del progetto di rete stesso.

Il contratto di rete è stato al centro di un dibattito anche in relazione al suo rapporto con le procedure concorsuali.

Alla luce della possibilità di creare “reti soggetto”, appare rilevante il tema della crisi (e dell’insolvenza) della rete stessa come soggetto autonomo.

Sembra infatti che, dal 2012, le “reti soggetto” potranno, in presenza dei requisiti della legge fallimentare, essere assoggettate alle procedure concorsuali, compreso il fallimento.

Meno chiaro è, invece, il trattamento da riservare a tutte quelle reti contrattuali (senza soggettività) che non abbiano adempiuto agli oneri contratti in esecuzione del programma di rete.

Da un lato si sostiene che dietro all’esercizio comune di un’attività economica possa celarsi una “società di fatto”, il che renderebbe le imprese partecipanti soggette alle procedure concorsuali.

Dall’altro, almeno nei casi in cui sussista un fondo patrimoniale, si ritiene che non sia possibile rintracciare un soggetto “da far fallire”, poiché si sarebbe in presenza di un “patrimonio separato” che, per definizione, non può essere soggetto a fallimento; potrà invece, ove incapiente, essere liquidato.

A conclusione di questo contributo, si vuole segnalare la rilevanza delle problematiche inerenti la posizione di chi presta un’attività lavorativa a servizio del progetto di rete.

Non sembra infatti possibile, salvo adattamenti alla normativa, applicare integralmente gli istituti dell’l’impiego di personale da parte di imprese diverse dai datori di (ovvero gli istituti del “distacco”, del “comando” o del “prestito di manodopera”).

Non si può escludere, quindi, l’opportunità d’introdurre istituti specifici finalizzati a disciplinare la distribuzione dei poteri, delle responsabilità e degli oneri economici tra l’impresa distaccante e la rete utilizzatrice.

Senza contare l’ulteriore problematica relativa alle ripercussioni, in materia di sicurezza sul lavoro, formazione e contrattazione collettiva, che potrebbero derivare dallo “spostamento” di risorse umane dal singolo datore a un progetto di rete.

Per concludere, è innegabile che, ad oggi, la regolamentazione dei contratti di rete sia rimessa, per la quasi totalità, alla libertà e alla forza contrattuale delle imprese partecipanti; pertanto, al fine di prevenire, o quanto meno arginare abusi, costose controversie e l’utilizzo distorto dell’istituto, sarà fondamentale, per le imprese, avvalersi della consulenza di professionisti (avvocati, tributaristi e notai).

Dall’analisi svolta emerge che i contratti di rete, proprio per l’enorme sostegno che possono apportare alle piccole e medie imprese italiane, avrebbero bisogno di una normativa “di sistema” che coordini tutte le materie coinvolte (diritto societario, processuale, fallimentare, del lavoro, della concorrenza).

Deve infatti essere la legge ad indicare alla prassi le linee guida e i limiti alla libertà contrattuale, così da scongiurare il rischio che questa  si trasformi nell’abuso di se stessa.

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