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Le droghe, cos'è il possesso per uso personale

del 23/11/2012

Le droghe, cos'è il possesso per uso personale


Da tempo immemorabile si discute della opportunità di sanzionare o di regolamentare per legge l’uso di sostanze stupefacenti e di distinguere fra la detenzione per uso personale e quella finalizzata alla cessione o, come si dice con un brutto termine, allo spaccio.

Da tempo immemorabile le sentenze dei vari Tribunali e quelle della Suprema Corte si esprimono in maniera anche fortemente contrastante nel tentativo di determinare cosa sia lecito o meglio non punibile, e cosa non lo sia; ma prima di tutto occorrerebbe individuare il vero significato della parola droga.

Cosa sono le droghe? Si considera drogante una sostanza che, anziché inerte ed oltre a provocare un effetto farmacologicamente attivo, provochi anche due stati d’animo complementari: piacevolezza nell’assunzione e desiderio di ripetitività; inoltre viene spesso definita drogante una sostanza la cui assunzione generi assuefazione. Dunque la codeina (derivata dall’oppio ed usata come antitosse per neonati) non è una droga perché, pur farmacologicamente attiva, non produce gradevolezza né voglia di ripetere l’assunzione una volta sedata la tosse. L’eroina (anch’essa derivata dall’oppio) è invece senz’altro una droga. E le sigarette di tabacco? .. qui il discorso sarebbe molto lungo e lo riserviamo ad altra sede. Le droghe, descritte nelle tabelle della L. 685/75 e poi precisate nella Legge Fini/Giovanardi, sono tanto di origine sintetica che di origine naturale, eccitanti o deprimenti: delle prime fanno parte i cloridrati cocaina, le anfetamine ed altri prodotti di sintesi che ogni giorno vengono rinnovati proprio per sfuggire alle citate tabelle, delle seconde fanno parte in particolare i derivati dell’oppio e le resine derivanti dalla cannabis indica (hashish che un certo etimo vuole come derivazione della parola assassino). Fatto sta che deprimenti o eccitanti, naturali o sintetiche, allucinogeni o semplicemente enfatizzanti della realtà, tutte queste sostanze in commercio, per essere classificate droghe devono contenere almeno un minimo di principio attivo poiché, altrimenti, non vi sarebbe rilevanza penale. Per esempio la cannabis indica e la cannabis nostrana (la comune canapa) sono piante morfologicamente identiche e non distinguibili anche da un esperto botanico; in comune hanno il contenuto di THC (TetraHidroCannabinolo) solo che la cannabis indica ne contiene una percentuale sicuramente superiore a 0,4 g x grammo di vegetale mentre la canapa ne contiene una percentuale inferiore: giuridicamente non è reato detenere cannabis nostrana mentre può esserlo per la cannabis indica… dipende dalla quantità e dalla destinazione d’uso!

Cosa è il modico quantitativo? Anche la determinazione di quale sia un “modico quantitativo” è assolutamente di difficile determinazione perché non tutti i soggetti reagiscono nella stessa maniera agli stessi quantitativi ed anzi alcuni presentano una farmaco resistenza ed altri una ipersensibilità tale che un quantitativo di 250 mg di principio attivo di eroina (massimo stabilito dalla Legge 49/06) può essere mediamente pari a 5 dosi ma insufficiente ad una sola dose per qualcuno o pari a 10 dosi per altri. Negli anni ’90 partecipai, col CTU del Tribunale di Roma Dott. Claudio Drigo, ad uno studio su diversi soggetti che doveva stabilire quale fosse appunto la dose minima allora prevista dall’art. 80 e si ottenne un interessante risultato: i soggetti furono divisi in tre gruppi e cioè mai assuntori, disasseuefatti e assuntori abituali. Risultò che i più sensibili, cioè quelli che denunciavano un effetto drogante al quantitativo più piccolo, erano i disassuefatti: i mai assuntori non riconoscevano ancora alcun effetto e gli assuefatti necessitavano di dosi ben maggiori mentre i disassuefatti riconoscevano immediatamente la sostanza di cui l’organismo aveva “nostalgia”. Da allora, almeno nell’ambito del Foro di Roma, si determinò con una certa esattezza quale fosse quel quantitativo, al di sotto del quale non si poteva proprio parlare di rilevanza penale.

Cosa è l’uso personale? La quantità non è l’unico parametro indicato dalla Legge per definire se si tratti di uso personale o di detenzione al fine di spaccio, ed infatti La Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di illecita detenzione di sostanze stupefacenti di cui all’art. 73, comma 1 bis, d.P.R. n. 309/1990, stabilendo che il superamento della c.d. quantità massima detenibile costituisce un elemento indiziario e non un elemento connotato da una valenza presuntiva, sia pure relativa, di destinazione della droga detenuta ad uso non personale.
Dunque il Giudice non deve valutare sempre e solo quale sia il quantitativo detenuto ma anche se le circostanze della detenzione siano tali da giustificare una destinazione ad uso esclusivamente personale o se vi siano elementi per motivare il convincimento di una destinazione a fini di cessione.
Per fare un esempio pratico si deve distinguere fra un soggetto che vive in una grande città con molte opportunità di approvvigionarsi frequentemente, da un altro che viva in un profondo isolamento o che si accinga ad un viaggio per una meta dove non conosce luoghi o persone per il rifornimento: in questi ultimi casi si potrà tener conto della necessità di una scorta che, pur eccedendo il quantitativo modico continui a giustificare credibilmente l’uso personale.
Come è possibile una detenzione per uso personale?
Il problema giuridico è che la norma pone un divieto assoluto sostanzialmente per ogni forma di acquisizione di droga in quanto è vietata la cessione, è vietata la prescrizione medica, sono vietate coltivazione e piantagione come pure l’importazione o la sintetizzazione… e allora come mai potrà avvenire una detenzione di un modesto quantitativo per uso personale in forma non punibile?!
In realtà non può avvenire perché, essendo reato qualunque metodo “fai da te” come la coltivazione, non vi è altra possibilità che l’acquisto presso un cosiddetto spacciatore e tale negozio giuridico deve comportare o la contestazione di ricettazione (acquisto di bene di provenienza illecita) o quantomeno di favoreggiamento!

Un tempo la Giurisprudenza iniziava a valutare come giustificabile il cosiddetto “acquisto per uso collettivo” e cioè la situazione in cui una persona appartenente ad un gruppo fosse delegata ad acquistare per se  e per altri membri della comitiva ed il relativo prezzo veniva raccolto attraverso una colletta; tale pratica è stata poi ritenuta anch’essa non ammissibile poiché un unico soggetto acquistava comunque un quantitativo soggettivamente non modico e, pur senza alcun fine di lucro, lo cedeva poi ad altri: in contrasto con la dicitura “cede a qualsiasi titolo”.

Evidentemente l’attuale normativa meriterebbe un aggiornamento non solo e non tanto per recepire o respingere le istanze di regolamentazione ma, quantomeno, per adeguarsi alle norme di altri Paesi che prevedono per esempio per i derivati della cannabis la possibilità di prescrizione medica essendo tale sostanza accertatamente un valido presidio sanitario per alcune patologie; anche per distinguere chi delle droghe faccia commercio a fini di lucro insensibile ai danni che questo può recare, da chi decida ( a torto o a ragione) di farne un uso personale saltuario, ludico o terapeutico che sia: non è bene che tali soggetti finiscano tutti nello stesso carcere… attualmente la popolazione carceraria è detenuta per reati connessi alla droga nella sconcertante misura del 43%!


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