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Cina: delocalizzazione

del 14/03/2011
CHE COS'È?

Cina delocalizzazione: definizione

La delocalizzazione produttiva in Cina, se non abbinata ad un progetto di penetrazione nel mercato cinese, rappresenta oggi una strategia meno interessante rispetto al passato.

Benché il costo della manodopera cinese sia ancora nettamente inferiore a quello delle economie sviluppate, negli ultimi anni il Governo cinese ha varato una serie di riforme volte a rafforzare la domanda interna anche attraverso significativi aumenti dei minimi salariali, così disincentivando gli investimenti esteri diretti esclusivamente a sfruttare i bassi costi di produzione per privilegiare gli investimenti stranieri preordinati a sviluppare, in Cina, produzioni ad alto valore aggiunto e/o atte a soddisfare la domanda interna.

In questo senso vanno inquadrate le recenti riforme del diritto del lavoro e del diritto tributario.

Attualmente, le strategie di delocalizzazione produttiva in Cina di maggior successo sono quelle che si iscrivono in un più vasto programma preordinato a sviluppare, in Cina, non solo impianti manifatturieri, ma anche reti distributive atte a servire una crescente domanda di beni e servizi sempre più sofisticati.

Avv. Marco Carone 
Ordine degli Avvocati di Milano 
Studio Legale Carone & Partners

COME SI FA
Una prima opzione consiste nel commissionare ad una o più imprese cinesi la realizzazione di determinate linee di prodotto. L’impresa cinese realizzerà i prodotti sulla base delle specifiche tecniche fornite dal committente straniero, che si impegnerà ad acquistare i prodotti realizzati per poi commercializzarli in Cina o in altri mercati. In questi casi, generalmente, lo strumento contrattuale al quale si fa ricorso è il cosiddetto. “Original Equipment Manufacturer Agreement” (per approfondimenti si veda “OEM”). 

Questa soluzione presenta diversi limiti, sia sotto il profilo del controllo della produzione che sotto quello del cosiddetto “knowledge spillover” (appropriazione, da parte cinese, di segreti aziendali e tecniche produttive del committente italiano). Essa si presta, per lo più, alla realizzazione di produzioni a scarso valore aggiunto, che tuttavia mal si conciliano con le esigenze sempre più sofisticate della classe media emergente cinese. 

La soluzione alternativa è entrare nel mercato cinese attraverso una delle forme societarie previste dal diritto cinese. Per le attività manufatturiere, si possono prendere in considerazione, inter alia, le seguenti: Foreign Invested EnterpriseEquity Joint Venture (“EJV”) o Cooperative Joint Venture (“CJV”); Wholly Foreign Owned Enterprise (“WFOE”).

Il ricorso alle joint ventures (EJV o CJV) è ormai sempre meno praticato, e ciò in ragione di almeno due ordini di considerazioni: (i) il fatto che le restrizioni oggi vigenti alla costituzione di società ad intero capitale straniero (WFOE) sono oggi di gran lunga inferiori al passato; e (ii) nella prassi delle ultime due decadi, si sono riscontrati innumerevoli problemi di governance generati dalla presenza di un socio cinese nel capitale della società, al quale sono attribuibili alcuni diritti non comprimibili per via statutaria. 

EJV e CJV hanno un iter costitutivo essenzialmente analogo ma presentano alcune differenze strutturali di disciplina. In linea generale, la CJV, pur potendo anch’essa essere costituita nella forma di una società a responsabilità limitata (al pari della EJV), presenta maggiori margini di flessibilità in termini di ripartizione dei diritti e degli obblighi delle parti. E’, infatti, possibile disciplinare con maggiore libertà la ripartizione degli utili e delle cariche in seno al consiglio di amministrazione. 

Crescente è, invece, la tendenza a realizzare impianti produttivi, in Cina, attraverso la costituzione di una WFOE con oggetto sociale misto (produzione e distribuzione). Una soluzione che consente un più pervasivo controllo sulle attività aziendali da parte dell’investitore straniero, pur lasciando ampli margini di flessibilità nello sviluppo di sinergie con eventuali partners cinesi, ai quali la WFOE potrebbe essere legata da rapporti contrattuali, anziché societari (come nel caso delle joint ventures).

CHI
Se impostata secondo determinati presupposti di metodo, la delocalizzazione produttiva in Cina rappresenta una strategia industriale di indubbio interesse per chi intenda sviluppare, sul territorio cinese, una propria presenza commerciale e non solo industriale. 

In molti casi, infatti, è possibile, pur mantenendo in Italia i segmenti a maggior valore aggiunto del proprio processo produttivo, sviluppare in Cina produzioni ideate specificamente per il mercato cinese e volte a soddisfare i crescenti bisogni della nuova classe media. 

Se esclusivamente preordinata al contenimento dei costi di produzione, invece, la delocalizzazione produttiva in Cina sembra essere destinata a riscuotere un minore interesse da parte degli investitori occidentali nei prossimi anni.

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