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Dai modelli tradizionali all'auto-somministrazione

del 07/06/2013
di: Renzo La Costa
Dai modelli tradizionali all'auto-somministrazione
C'è un esempio, tanto raro quanto unico, nella nostra legislazione più recente, di come il legislatore (pur se con i ritardi atavici della nostra cultura legislativa) è riuscito a compenetrare le istanze che sorgevano dal mercato del lavoro e dalle imprese con una complesso di norme regolatrici che hanno saputo tradurre le esigenze imprenditoriali in occupazione vera, concreta, palpabile: la somministrazione del lavoro. Senza introdurmi in analisi sociologiche o economiche o di dinamiche occupazionali, va colto un elemento fondante del successo di quella normativa introdotta con dlgs 2762003: vi era una fetta sostanziosa di domanda di lavoro che rifuggiva dai vincoli della subordinazione pura, dall'incremento dell'organico aziendale per forza, da tutte le consulenze legate a rapporti subordinati (tfr, ferie, contenziosi, tetto della forza lavoro e tutela reale, organico aziendale soggetto agli obblighi di collocamento obbligatorio, rappresentanze sindacali ecc.) : tutti istituti sacrosanti, ma che per quella fetta datoriale, rappresenta(va)no una palla al piede per poter scommettere sulla propria crescita aziendale e sul proprio sviluppo produttivo. Una fetta datoriale che ha scelto di pagare di più, e non poco di più, pur di avere risorse lavorative effettive, pronte, disponibili, immediatamente fruibili, senza altre responsabilità. Nel panorama assolutamente variegato della somministrazione di lavoro, si naviga oggi dai più lunghi e pressoché stabili rapporti di staff leasing, ai rapporti di somministrazione ripetuti, anche di un solo giorno. Ciò posto, giriamo pagina per un solo attimo. Qual'e il fenomeno più recente che è stato espresso dal mercato del lavoro reale nell'ultimo periodo? indubbiamente il lavoro a partita Iva. La filosofia è che postula tale fenomeno e più o meno la stessa che era sottesa al lavoro somministrato: rifuggire dai vincoli della subordinazione pura, dall'incremento dell'organico aziendale per forza, da tutte le consulenze legate a rapporti subordinati, e, soprattutto, non avere vincoli contrattuali di lungo periodo. Piaccia o non piaccia, questa è l'esigenza manifestata dalle imprese, che va addirittura ben oltre l'ormai impossibile co.co.pro o il lavoro a termine. Come coglie il legislatore questo fenomeno nella recente riforma del mercato del lavoro? Non certo con la stessa filosofia regolatrice adottata in tema di somministrazione, ma, percorrendo la strada più impropria, con la repressione. Cioè si è detto: la prestazione di lavoro con partita Iva è irregolare al ricorrere di determinati parametri, cioè non si può fare, cioè va perseguita e repressa. Una normativa schiacciante (quella contenuta nella legge 92/2012) che per molti versi rimarrà inapplicata perché auto-inapplicabile. Senza contare poi, che la repressione delle partite Iva vale solo per il settore privato, visto e considerato ( come già formalmente si è espresso il dipartimento della funzione pubblica) che la l. 92/2012 non si applica al settore pubblico. Per la serie: il datore di lavoro privato che utilizza impropriamente il lavoro a partita iva è perseguibile e sanzionabile; quanto alla pubblica amministrazione, questa può continuare a delinquere, pardòn, ad agire, essendo esente per lo stesso lavoro e la stessa prestazione da ogni conseguenza. E allora, se questa esigenza di ottenere prestazioni di lavoro al di là di ogni tipologia o modello tradizionale di rapporto di lavoro è di fatto esigenza diffusa del settore privato e del settore pubblico, lo si regolamenti sul serio, liberando il lavoro di chi lo offre e di chi lo cerca. Altro che reprimerlo. Se gli insegnamenti consolidati e radicati del nostro diritto ci spiegano che ogni attività umana può essere realizzata in forma subordinato o autonoma, si tratterebbe molto semplicemente di consentire prestazioni di lavoro autonomo a partita iva nell'abito della libera scelta delle parti del modello contrattuale. In altre parole, per tutte quelle qualifiche previste dai contratti collettivi e tipicamente ricondotte dagli stessi Ccnl a rapporti di lavoro subordinato, si consenta di espletare le stesse alternativamente con partita Iva, ponendo a carico del datore di lavoro i soli vincoli inerenti la sicurezza sul lavoro . Al datore di lavoro che prediligesse la prestazione con partita Iva in luogo di quella subordinata, dovrebbe essere richiesta la corresponsione obbligata di un importo maggiorato di X rispetto alla paga contrattuale di riferimento, per consentire al lavoratore autonomo di potersi dignitosamente pagare contributi, Inail e imposte su reddito. In questo periodo particolarissimo di volatilità economica, sia dia la certezza di poter lavorare in qualche maniera: legittima, protetta, regolare. Se quindi verrà introdotta la possibilità di realizzare ogni prestazione lavorativa anche in forma autonoma, è di stragrande evidenza il potenziale di lavoro che si potrebbe liberare, senza attese, senza vincoli, da subito. Certo, la discussione che può aprirsi a riguardo è estremamente ampia: assoggettare tali utilizzazioni di lavoro a comunicazioni obbligatorie?

Forse sarebbe il caso di sì; chiamarla auto-somministrazione? perché no; limitare il ricorso del lavoratore a forme di successivo contenzioso che rivendichino la natura subordinata del rapporto ? forse anche. Anche in questa nuova tipologia contrattuale, i Consulenti del lavoro avranno modo di esercitare il proprio ruolo, con la tenuta della contabilità del lavoratore, gli adempimenti fiscali, contributivi e reddituali, le comunicazioni di rito. La discussione è aperta.

Sta di fatto che davanti a situazioni eccezionali, come quella corrente, necessitano misure eccezionali. Quella sopra proposta, la riconduco sommessamente a una misura assolutamente normale perchè praticabile da ora . Le proposte eccezionali, sono compito di altri.

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