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Infiltrazioni mafiose, decide lo stato

del 06/06/2013
di: La Redazione
Infiltrazioni mafiose, decide lo stato
Fuori i mafiosi dai consigli regionali? Certo, ma solo lo stato può introdurre una causa di incompatibilità del genere. Non le regioni, perché si verte in materia di ordine pubblico e sicurezza, che sono per definizione di competenza esclusiva della legislazione statale. Così, anche allorquando la regione abbia deciso di introdurre norme più restrittive rispetto a quelle statali, il tentativo dei governatori va frenato perché illegittimo. E' esattamente quanto accaduto alla regione Campania che con una legge del 2011 aveva previsto per i consiglieri condannati, anche in via non definitiva, per associazione mafiosa (art.416 bis codice penale) la sospensione dalla carica fino all'ultimo grado di giudizio. Una disciplina, dunque, molto più severa di quella contenuta nel recente Testo unico sulle incandidabilità (dlgs 235/2012) che all'art. 8 prevede la sospensione di diritto del consigliere condannato in via non definitiva per il reato di associazione mafiosa, ma solo per 18 mesi, salvo che entro tale periodo intervenga una decisione anche non definitiva di rigetto dell'impugnazione. La Corte costituzionale con la sentenza n.118/2013 depositata ieri in cancelleria ha dichiarato illegittima la normativa regionale del 2011 accogliendo il ricorso della presidenza del consiglio secondo cui si sarebbe trattata di un'indebita ingerenza in prerogative statali. La Consulta, nella decisione redatta da Giuseppe Frigo, ha osservato che se l'obiettivo della normativa regionale era prevenire le infiltrazioni mafiose negli apparati pubblici, le regole sulle incompatibilità vanno dunque a collocarsi nella materia dell'ordine pubblico di competenza esclusiva statale.

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