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Troppo ottimismo, stroncata la Tobin tax

del 10/05/2013
di: di Giuseppe Di Vittorio
Troppo ottimismo, stroncata la Tobin tax
Quello che si recupera da una parte a titolo di Tobin tax si perde in parte dall'altra come minor gettito Ires, Irpef e da capital gain degli operatori finanziari. Il governo, dunque, è stato troppo ottimista sul gettito. E ha compiuto anche qualche svista. La Corte dei conti (si veda ItaliaOggi di ieri) ha bacchettato il governo Monti. Sotto l'attenzione dei togati è finito l'intero impianto della legge di stabilità per il 2013 e in particolar modo la parte riguardante la tassa sulle transazioni Finanziarie. La Corte ha fatto le «pulci» alla relazione accompagnatoria al provvedimento di adeguamento dei conti pubblici. Non è convinta delle stime sui volumi delle transazioni fornite dal governo, una valutazione non da poco visto che gli scambi rappresentano la base imponibile sulla quale calcolare l'imposta. La Corte ha spiegato, che «non si tiene conto della delocalizzazione» del trasferimento, quindi delle attività su altri mercati che non scontano l'imposta. O meglio, le stime di riduzione forse sono troppo aleatorie e soggettive. Viene per esempio criticata la modalità con la quale vengono conteggiate tutte le transazioni escluse, come quelle sui derivati in titoli di stato o relative agli acquisti di nuove emissioni. Alla Corte poi risulta quanto meno strano aver previsto un gettito in salita, anche alla luce dei comportamenti degli investitori che in virtù dell'imposizione possono cambiare. Il governo ha calcolato di ricavare con la nuova imposta un miliardo di euro nel 2013, 1,21 nel 2014 e 1,20 nel 2015. Problemi ci sono anche sulla tassa sul trading ad alta frequenza. Un'imposta approvata congiuntamente alla Tassa sulle transazioni finanziarie e considerata nel settore complementare. «È sufficiente allargare l'intervallo temporale previsto per le operazioni per non pagare l'imposta», ha spiegato la Corte. Gettito quindi in fumo. Poi ci sono le sviste, evidenziate dai magistrati. La più macroscopica è quella relativa al mancato gettito da capital gain e da imposte sui redditi delle società. Osservazione molto semplice: se broker e società attive sui mercati finanziari lavorano meno, come ammesso dallo stesso governo, verseranno meno imposte. A fermarsi è poi tutto l'indotto. L'Autorità dà poi una lezione di scienze delle finanze, sottolineando che quando l'oggetto dell'imposta è di questo tipo si produce il cosiddetto fenomeno della traslazione. Nella sostanza, se tasso il compratore di un titolo, questo tenderà a trasferire l'imposta sul venditore per mantenere inalterato il rendimento. E quindi in ultima istanza ci sono costi sull'impresa che ha emesso lo strumento. Tutto ciò produce un'inefficienza del sistema economico. Il rilievo della Corte si spinge però troppo in là. Essa fa riferimento alle problematiche degli enti locali che hanno contratto derivati. Piccolo particolare, i tassi di interesse sono fuori dall'applicazione dell'imposta: gli unici a essere coinvolti sono quindi gli enti pubblici che hanno legato il rimborso dei loro prestiti all'andamento dei titoli azionari, prendendo rischi che secondo alcuni vanno al di là del loro compiti istituzionali. Appare anche non rilevante il richiamo alla presunta deducibilità dell'imposta di bollo da parte delle imprese dall'Ires (imposta sui redditi delle società) e Irpef (imposta sui redditi delle persone fisiche) con conseguente gettito inferiore. Il governo ha infatti escluso esplicitamente la deducibilità della tassa dalle imposte sui redditi (comma 499, della legge di Stabilità 2013 la n. 228 del 24 dicembre 2012).

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