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Allerta: formazione continua da non sacrificare

del 04/04/2013
di: La Redazione
Allerta: formazione continua da non sacrificare
Dal prossimo 1° giugno i Fondi interprofessionali rischiano di sacrificare 200 milioni di euro, che potrebbero essere dirottati per finanziare la spesa per gli ammortizzatori sociali in deroga. Il vertice tra il ministro del lavoro, Regioni e sindacati del 20 marzo scorso per sbloccare le risorse per la Cassa in deroga nel 2013 ha fatto scattare un nuovo stato d'allerta tra i principali enti che gestiscono la formazione continua. Durante l'incontro il ministero del lavoro ha infatti annunciato una nuova tranche, pari a 260 milioni di euro, per soddisfare le richieste sugli ammortizzatori sociali, che si sommano agli altri 400 milioni di euro stanziati nel febbraio scorso per fronteggiare l'emergenza.

Una goccia nell'acqua, appena sufficiente a coprire i primi sei mesi dell'anno. La prima tranche di febbraio, infatti, è stata impiegata per saldare gli accordi sottoscritti a dicembre, mentre quest'ultima nuova iniezione di liquidità basterà a coprire la spesa fino a luglio. La coperta è troppo corta. Il ministero, infatti, ha a disposizione una dote pari a 800 milioni di euro per finanziare la Cassa in deroga, riconducibile al fondo per l'occupazione. Tuttavia, secondo stime sindacali, il fabbisogno necessario a garantire l'intera copertura dell'anno in corso per la Cig in deroga è di circa 1,5 miliardi di euro e per rimpinguare il fondo per l'occupazione torna a far capolino l'ipotesi di un «prelievo forzoso» dai fondi interprofessionali.

«Distrarre ulteriori fondi dal sistema della formazione continua per finanziare la Cig in deroga sarebbe l'ennesimo tentativo di utilizzare le nostre risorse come semplici bancomat» ha dichiarato il presidente di Fondoprofessioni, Massimo Magi. «Si sta cercando di spingere la formazione al ruolo subalterno di strumento per il finanziamento degli ammortizzatori sociali, ponendo le basi per la realizzazione di dinamiche regressive piuttosto che progressive. Nel nostro Paese, la formazione continua non viene ancora considerata come una vera leva strategica per lo sviluppo del mercato del lavoro».

La strada è stata già tracciata con la Riforma Fornero e poi delineata con la Legge di stabilità dello scorso anno. Sulla base del monitoraggio della spesa per ammortizzatori in deroga, infatti, entro il 30 di aprile prossimo potranno essere reperiti ulteriori 200 milioni di euro derivanti dal prelievo del 50% delle risorse destinate alla formazione continua (attraverso il contributo dello 0,30% del monte salari dei dipendenti) per il periodo 1° giugno-31 dicembre 2013. Tale previsione avrebbe naturalmente un impatto negativo sui bilanci dei fondi interprofessionali, ma soprattutto sancirebbe una sonora sconfitta delle politiche attive del lavoro.

Secondo il XIII Rapporto sulla Formazione continua 2011-2012, realizzato dall'Isfol per conto del ministero del lavoro, nel biennio 2011-2012, i Fondi interprofessionali hanno impegnato negli avvisi pubblici circa 550 milioni di euro. Complessivamente, dal 2004 ad oggi, sono oltre 2 miliardi di euro le risorse messe a bando. Il volume delle risorse, dopo anni di costante crescita, sembra essersi stabilizzato e attestato al di sopra dei 550 milioni. Tuttavia, segnala l'Isfol, a fronte di un costante aumento delle adesioni delle imprese, si registra presumibilmente una complessiva contrazione del contributo medio dei lavoratori, a seguito della crisi. «Nelle tre semestralità comprese tra il gennaio 2011 e il giugno 2012» si legge nel Rapporto «i Fondi hanno approvato oltre 29.700 piani formativi a loro volta articolati in oltre 166.000 iniziative, che prevedono oltre 2 milione e 300 mila partecipanti appartenenti a più di 61 mila imprese».

«La formazione finanziata rappresenta un moderno strumento di rilancio in una fase di forte criticità economica, i fondi interprofessionali da questo punto di vista hanno contribuito in maniera determinante alla crescita dei lavoratori e alla competitività delle aziende» ha sottolineato Rosetta Raso, vicepresidente di Fondoprofessioni. «Indebolendo il sistema dei fondi rischiamo un salto indietro di oltre 10 anni rispetto al tema delle politiche attive del lavoro e della riqualificazione dei lavoratori».

L'ipotesi di drenare risorse dai fondi interprofessionali a favore degli ammortizzatori sociali in deroga rischia di diventare un boomerang anche per la ricollocazione dei lavoratori. Il contesto di crisi ha infatti spinto numerosi fondi, tra cui Fondoprofessioni, a elaborare iniziative formative mirate proprio ai soggetti coinvolti in procedure di cassa integrazione e mobilità. Lo conferma il XIII Rapporto sulla formazione continua dell'Isfol. «Si nota una tendenza, ormai trasversale tra i Fondi, di inserire «normalmente» in quasi tutti gli Avvisi le diverse tipologie di lavoratori toccati dalla crisi, inclusi quelli in mobilità, o che sono in una situazione contrattuale più debole, quindi a rischio come quelli con contratti di inserimento e reinserimento, i collaboratori a progetto e gli apprendisti».

Su questo fronte, lo scorso anno Fondoprofessioni ha lanciato il primo avviso sociale con una dote di 300 mila euro per finanziare attività formative destinate ai lavoratori di studi professionali e aziende coperti da ammortizzatori sociali di natura pubblica o contrattuale il Fondo intende valorizzare e rilanciare le figure professionali maggiormente colpite dalla crisi. «In una fase di grande criticità occupazionale» ha sottolineato Magi, «abbiamo voluto dare un segnale a sostegno dei lavoratori, per consentire, attraverso la formazione continua, un processo di valorizzazione delle competenze, che favorisca il rilancio delle figure professionali maggiormente colpite dalla crisi».

«Fermo restando la necessità di reperire le risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga, riteniamo non sia una soluzione attingere ai contributi destinati allo sviluppo delle competenze professionali» ha aggiunto Raso.

«Tali risorse dovrebbero essere recuperate dalla fiscalità generale e non dai fondi interprofessionali. Una decisione del genere rischia di depotenziare le politiche attive del lavoro, già modeste nel nostro Paese, in favore di politiche passive».

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