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NEWS E APPROFONDIMENTI

STUDI PROFESSIONALI

di Avv. Domenico Margariti del 21/02/2012

Professional Day: la giornata delle professioni

Professional Day: la giornata delle professioni
Il prossimo primo marzo si terrà a Roma il Professional Day, l’incontro delle categorie professionali. L’evento è organizzato dal Comitato Unione Professionisti (CUP).
IL CUP è l’organismo che raggruppa le professioni regolamentate, ovverosia quelle organizzate in Ordini professionali (medico, avvocato, architetto, ingegnere eccetera).
Il dibattito sulle liberalizzazioni, ormai in corso da molti anni e al quale l’attuale governo ha voluto dare impulso decisivo, coinvolge l’essenza e l’esistenza stessa delle professioni regolamentate, o almeno la loro sopravvivenza nella forma e nelle modalità attuali.
L’iniziativa del CUP segnala che è giunto il momento di affrontare il problema razionalmente, con una visione lontana da ideologismi e da pretese punitive, fornendo all’opinione pubblica una corretta informazione sull’argomento.
Va innanzitutto sfatato un mito: gli Ordini professionali non sono un’anomalia tutta italiana. Anzi, il sistema ordinistico è uno dei più antichi modi di organizzazione delle professioni vigente in tutta l’Europa continentale (solo nel mondo anglosassone la modalità di regolamentazione è diversa).
A che cosa servono, allora, gli Ordini professionali?
Gli Ordini sono stati creati per garantire e sorvegliare sul rispetto dei necessari requisiti di competenza tecnica e di deontologia da parte dei professionisti, sia al momento dell’accesso agli Albi (che sono gli elenchi pubblici dei professionisti abilitati iscritti agli Ordini), sia durante lo svolgimento dell’attività. Il tutto nell’interesse della collettività. Per effettuare tali controlli, tutti gli Stati dell’Europa continentale hanno creato questi Enti (gli Ordini, appunto) delegando loro funzioni di interesse pubblico primario, quali il controllo su attività private che incidono, a volte, sui diritti fondamentali (e costituzionalmente tutelati) dei cittadini: parliamo del diritto alla salute per quanto riguarda i medici, dell’assistenza e rappresentanza giudiziale per quanto riguarda gli avvocati e così via.
Su questa situazione incide la tematica delle liberalizzazioni.
Bisogna, prima di tutto, intendersi su che cosa si intende con il termine “liberalizzazione”. La risposta non è univoca. Cercando di fare un minimo di chiarezza si possono individuare tre modi di intendere il significato del termine:
1. in una prima e più assoluta eccezione, liberalizzazione vuol dire l’eliminazione di ogni tipo di barriera normativa all’accesso e allo svolgimento di qualunque attività economicamente rilevante (e quindi anche alle professioni), lasciando il libero mercato arbitro assoluto della contesa;
2. una versione invece, più anglosassone, propugnerebbe l’abolizione degli ordini professionali come enti pubblici e la loro sostituzione con libere associazioni di natura privatistica;
3. una terza versione minimale, prevedrebbe invece la riduzione del numero degli Ordini professionali, lasciando in vita solo quelli che interessano servizi pubblici essenziali.
E’ evidente che la prima soluzione non è seriamente praticabile e non esiste in alcuna parte del mondo. Per assurdo la liberalizzazione assoluta in campo professionale consentirebbe a una persona in possesso della licenza elementare di esercitare l’attività di medico chirurgo. Nessuna persona minimamente raziocinante potrebbe pensare di lasciare che, in questo campo, sia il mercato a selezionare tra medici competenti e potenziali assassini. Certo, il mercato (molto probabilmente, ma non è sicuro) interverrebbe prima o poi a mettere fuori gioco un professionista palesemente non idoneo, ma sarebbe troppo tardi, mentre i danni sulla collettività sono immediatamente evidenti.
La seconda soluzione (che pure da molti è auspicata) che comporterebbe, sulla carta, una rivoluzione nell’ordinamento delle professioni liberali, porterebbe a un sistema simile a quello vigente nei Paesi di Common Law (Gran Bretagna e Stati Uniti). Ci sono però alcuni problemi: il primo, ritengo sia legato al valore legale del titolo di studio. Infatti una seria attività pro-concorrenziale tra le associazioni professionali, non può prescindere dalla possibilità, per le stesse, di accettare o rifiutare l’adesione del professionista sulla base del suo curriculum e quindi dalla possibilità per l’associazione (a sua tutela) di rifiutare l’iscrizione dell’aspirante professionista non in possesso di un titolo accademico gradito. Il secondo problema è il rischio che, con la maschera di una rivoluzione copernicana, si finisca semplicemente per cambiare la denominazione degli Ordini professionali, declassarli ad associazioni private e lasciare tutto il resto come sta oggi, problema della concorrenza incluso, sul quale il cambiamento inciderebbe assai poco.
La terza via, pare la più praticabile, anche perché in Italia esistono oltre trenta ordini o collegi professionali, alcuni dei quali non poggiano la loro giustificazione nella tutela di interessi pubblici storicamente consolidati.
In ogni caso, in tutto il mondo, anche negli ordinamenti anglosassoni ove non esistono Ordini professionali, ma associazioni di natura privatistica, l’accesso alle professioni cosiddetti "liberali" (medico, avvocato, ingegnere, architetto, eccetera) è sottoposto a vincoli e barriere più o meno rigide (serve sempre, quantomeno, un titolo di studio equivalente alla laurea e un tirocinio professionale)
Una sola cosa è chiara e condivisa nel concetto di liberalizzazione: vanno rimosse le barriere all’accesso delle professioni che limitino la concorrenza a vantaggio degli insider
La stessa “Commissione Monti”, che nel 2004 redasse la “Relazione sulla concorrenza e sui servizi professionali”, riconosceva che “Le restrizioni di accesso qualitative, abbinate ai diritti esclusivi, garantiscono che solo i professionisti dotati di qualifiche e competenze appropriate possono svolgere alcune attività” [e sono, quindi, lecite e a vantaggio degli utenti, NDR].
In realtà capire che cosa si debba veramente considerare come restrizione non qualitativa e, quindi, anticoncorrenziale è, nella pratica, assai più complicato. L’esame di Stato? Ne dubito: a prescindere dal fatto che si tratta di un requisito stabilito dalla Costituzione per l’esercizio professionale (articolo 33), è difficile pensare ad un criterio più oggettivo per la verifica degli standards minimali dell’aspirante professionista.
Del resto, che l’esame di Stato costituisca una barriera anticoncorrenziale è smentito proprio da una prima superficiale analisi dei dati numerici degli iscritti agli Albi professionali: in Italia ci sono quasi 250mila avvocati (contro i circa 40 mila della Francia, con una popolazione simile alla nostra e i 100 mila della Germania, su oltre 80 milioni di abitanti), circa 350mila medici, circa 150mila commercialisti e revisori contabili. Sono numeri che, da soli, denotano l’esatto contrario della chiusura corporativa: un’esplosione degli Albi che non riesce più a garantire i requisiti minimali di professionalità essenziali per la tutela dell’utente dei servizi professionali, oltre ad aver creato un vistoso fenomeno di “proletarizzazione” del ceto professionale. Queste scarne considerazioni bastano da sole a sfatare il luogo comune di “caste chiuse” troppo demagogicamente affibbiato alle professioni ordinistiche.
Anche il problema dell’abolizione del tariffario professionale deve essere inquadrato in quest’ottica: bisogna attentamente valutare se l’abolizione di ogni riferimento ai parametri tariffari vada nel senso della tutela degli utenti o non, piuttosto, in quello di una deregulation selvaggia che altro non fa che danneggiare l’utenza debole a vantaggio dei grossi potentati economici capaci di imporre le proprie regole al mercato.
Una sola cosa è certa: le leggi di riforma degli ordinamenti professionali devono essere varate al più presto.
Anche in questo caso va denunciata la sistematica campagna di disinformazione secondo cui le potenti lobbies ordinistiche si opporrebbero alle riforme.
E’ vero invece che i professionisti (in primis l’avvocatura) da anni chiedono a gran voce, inascoltati, la riforma dei propri ordinamenti.
Speriamo che sia la volta buona.

Avv. Domenico Margariti

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