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Caso Eternit: una sentenza storica

del 21/02/2012

Caso Eternit: una sentenza storica
Disastro doloso e omissione dolosa di misure antinfortunistiche: queste le accuse che hanno portato alla condanna a 16 anni di reclusione dei due dirigenti principali della Eternit.
Mass media e operatori del diritto non hanno esitato a definire “storica” la sentenza emessa dal Tribunale di Torino.
Se da un lato, infatti, sono state riconosciute responsabilità penali a carico dei vertici dell’azienda e non dei responsabili delle singole filiali operative, dall’altro è stata alzata sostanzialmente la tutela minima che il datore di lavoro deve garantire ai propri dipendenti, a prescindere da quello che la legge, formalmente, prescrive.
E’ dato ritenere, in assenza a oggi delle motivazioni della sentenza, che la responsabilità dei dirigenti dell’azienda sia stata individuata nel non essersi minimamente preoccupati di quello che accadeva nelle proprie filiali, minimizzando i problemi e i segnali di allarme che, anche alla luce delle nuove scoperte scientifiche, tecniche e mediche, provenivano da più parti.
All’inizio (e si parla di oltre 30 anni fa) l’utilizzo dell’amianto era legale, non essendo proibito da alcuna norma in Italia (in tal senso si è legiferato solo nel 1992).
Purtuttavia, Eternit - in persona dei due dirigenti - è stata ritenuta responsabile dai danni occorsi ai lavoratori - infestati in modo mortale di fumi e vapori di amianto - perché, secondo il disposto dell’articolo 2087 codice civile, “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
E siccome era via via divenuto chiaro il pericolo per la salute connesso all’esposizione all’amianto, l’averne consentito comunque l’utilizzo - sebbene in assenza di un espresso divieto normativo - è stato ritenuto fonte di responsabilità penale.
Le imputazioni sono di tipo doloso. In capo ai due soggetti vi era quindi, vista l’intervenuta condanna, consapevolezza e volontà di agire in un determinato modo pregiudizievole per le vittime. Il nesso causale tra la propria condotta (anche omissiva, come si è visto) e l’evento era ben rappresentato nella mente dei colpevoli, i quali hanno comunque continuato a tenere i comportamenti giudicati lesivi dell’incolumità pubblica, nonché del diritto alla sicurezza sul lavoro, alla salute e alla vita stessa di migliaia di persone.
Esisteva - quanto meno da un certo momento in poi - una situazione di pericolo nota: ciononostante nulla è stato fatto, accettandosi così di fatto il rischio della verificazione di eventi anche mortali. Il che è equivalso a cagionarli.
Il fine, evidentemente, era quello di continuare ad accaparrarsi i maggiori profitti legati al primato mondiale della produzione di cemento-amianto.
Le morti per tumore fra gli operai e le persone che popolavano le località interessate sono state ritenute così direttamente riconducibili alle condotte superficiali e gravemente omissive di coloro che hanno gestito la Eternit e che hanno omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l'esposizione all'amianto.
Non c’erano, è stato accertato, sistemi di pulizia degli indumenti in ambito industriale, impianti di aspirazione localizzata, adeguata ventilazione dei locali o procedure di lavoro idonee a evitare la manipolazione manuale delle sostanze.
I vertici dell'azienda non si preoccuparono di curare la fornitura e l'effettivo impiego di apparecchi di protezione né di sottoporre i lavoratori a uno specifico controllo sanitario, omettendo perfino di informarsi e di informare i lavoratori stessi dei veri rischi derivanti dall'amianto.
Se tutte queste condotte non si fossero concretizzate, in altri termini, quelle morti e quelle patologie gravi, alcune delle quali ancora in corso, potevano essere evitate: l’evento dannoso, cioè, non si sarebbe verificato.
E tali condotte sono state “decise” e perpetrate all’interno dei consigli di amministrazione.
Ecco perché a rispondere dei reati sono stati chiamati l’industriale svizzero Schmidheiny e il barone belga De Cartier, capi indiscussi della Eternit.
Secondo la sentenza, i due proprietari erano consapevoli del fatto che la lavorazione industriale dei quattro stabilimenti italiani (Casale, Cavagnolo, Rubiera in Emilia e Bagnoli) poteva trasformarsi in un vero e proprio disastro ecologico i cui tragici effetti si sarebbero manifestati non solo durante il periodo di attività delle fabbriche, ma anche negli anni successivi. Ma hanno privilegiato la logica economico-aziendale, incuranti delle conseguenze.
La sentenza in discorso, quindi, è in grado di innovare innanzitutto sotto questo profilo: la condanna penale incombe su coloro che antepongono il profitto alla salvaguardia della salute dei lavoratori.
Ciò che deve valere per molte altre realtà industriali, in cui in nome dello sviluppo economico si grava irrimediabilmente su un gran numero di ignari lavoratori.
Con questa sentenza, si rafforza altresì l’obbligo di sicurezza che è a carico del datore di lavoro, il quale andrà esente da responsabilità non soltanto se avrà rispettato semplicemente le leggi vigenti in materia antinfortunistica, ma soprattutto se non avrà accettato rischi connessi a un pericolo scientificamente noto. Tale rischio andrà considerato e scongiurato attraverso l’adozione delle misure che si riveleranno le più adeguate a garantire il massimo livello possibile di sicurezza.
E’ un’interpretazione rigorosa di quanto prescritto dall’articolo 2087 codice civile, citato all’inizio, preannunciata, se così si può dire, da alcuni pregressi interventi della giurisprudenza di legittimità. Già nel 2011 invero la Corte di Cassazione si era espressa nel senso di ritenere l’articolo 2087 codice civile norma di chiusura del sistema antinfortunistico, estensibile a situazioni e ipotesi non ancora espressamente considerate dalle norme antinfortunistiche specifiche. Affermava testualmente che “la responsabilità dell'imprenditore non può limitarsi alla violazione di norme d'esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma va estesa, invece, nell'attuale sistema italiano, supportato a livello costituzionale, alla cura del lavoratore attraverso l'adozione, da parte del datore di lavoro, nel rispetto del suo diritto di libertà d'impresa, di tutte quelle misure e delle cautele che, in funzione della diffusione e della conoscibilità, pur valutata in concreto, delle conoscenze, si rivelino idonee, secondo l'id quod plerumque accidit, a tutelare l'integrità psicofisica di colui che mette a disposizione della controparte la propria energia vitale” (Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza 11/07/2011 n. 15156).
Nel caso deciso con la predetta sentenza, simile per certi aspetti a quello sottoposto al vaglio del Tribunale di Torino, la pericolosità dell'amianto era conclamata non da ipotetici indizi, bensì da diffusi allarmi manifestati dalla scienza medica sui perversi effetti incidenti sulla salute, bene primario garantito e tutelato prima di tutto dalla Carta Costituzionale.
Quando queste situazioni di esposizione a pericolo non sono occasionali, sporadiche o transitorie, ma vengono avvalorate da attività permanenti (quale il lavoro dipendente continuativo), contigue alle fonti di diffusione delle particelle di asbesto (altro nome dell’amianto) vi è responsabilità dell’ente-datore di lavoro.
Per meglio comprendere l’iter logico-giuridico seguito dal Tribunale di Torino nell’addivenire alla pronuncia di condanna (per dolo, non si dimentichi) bisognerà attendere il deposito delle motivazioni.
Quel che è certo è che questa decisione - contro la quale comunque gli imputati hanno dichiarato di voler proporre appello - apre nuovi scenari per altre possibili cause contro aziende che, con il loro comportamento, hanno portato i propri dipendenti a contrarre malattie anche gravi insorte proprio per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Avv. Barbara Bruno
Studio Legale Avv. Barbara Bruno
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