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Rottura della promessa di matrimonio e risarcimento danni

del 18/01/2012

Rottura della promessa di matrimonio e risarcimento danni
La sentenza n. 2 del 2012 della Corte di Cassazione, riportata e commentata da numerosi organi di informazione, ha affermato la non risarcibilità del danno “morale” (ovvero non patrimoniale) conseguente alla rottura della promessa di matrimonio, nella fattispecie avvenuta due giorni prima della data fissata per la celebrazione.
Si tratta di un orientamento consolidato della giurisprudenza, anche di merito, confermato in questo caso dalla Corte di Cassazione che ha cassato la decisione della Corte d’Appello di Catania, la quale aveva invece liquidato un importo di euro 30.000 a favore della sposa promessa a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale.
Il codice civile regola infatti espressamente il tema dei danni derivanti dalla rottura del fidanzamento, prevedendo una fattispecie risarcitoria speciale tale da escludere l’applicabilità dei principi generali in tema di responsabilità civile, contrattuale ed extracontrattuale.
Lo scopo di tale previsione, ribadisce la Corte, è quello di “salvaguardare fino all’ultimo la piena e assoluta libertà di ognuno di contrarre o non contrarre le nozze”, mentre l’assoggettamento a un regime di piena responsabilità risarcitoria potrebbe invece “tradursi in una forma di indiretta pressione sul promittente nel senso dell’accettazione di un legame non voluto”.
Su tale libertà, d’altra parte, il codice è molto chiaro: “La promessa di matrimonio non obbliga a contrarlo, né ad eseguire ciò che si fosse convenuto per il caso di non adempimento”.
Il danno subìto dal fidanzato incolpevole è perciò risarcibile solo entro i limiti espressamente determinati. Innanzitutto, è necessario che la vicendevole promessa di matrimonio rivesta una forma particolare, ovvero che risulti dalla richiesta della pubblicazione a cura dell’Ufficiale di Stato Civile, oppure da atto pubblico o scrittura privata. Inoltre, il risarcimento è limitato al rimborso delle spese sostenute e degli importi relativi alle obbligazioni contratte a causa di quella promessa: questo vuol dire che deve essere dimostrato un vero e proprio nesso di causalità tra la promessa di matrimonio e le spese e/o l’assunzione delle obbligazioni, non essendo sufficiente che gli esborsi siano stati fatti genericamente in occasione o in vista delle nozze. Rientrano perciò certamente nel novero, ad esempio, le spese per il banchetto, le bomboniere, gli abiti nuziali, il viaggio di nozze e tutti gli acquisti destinati alla cerimonia, nei limiti di un criterio di proporzionalità alle condizioni delle parti. Per altri tipi di acquisti occorrerà valutare se siano tuttora utilizzabili dalla parte che li ha sostenuti, pur essendo venuto meno il progetto di vita matrimoniale, o se conservino comunque un’utilità economica, al fine di effettuare le eventuali detrazioni dal danno risarcibile.
L’aspetto più delicato resta quello dell’indagine sulle eventuali ragioni che possano dare giustificazione al rifiuto di contrarre matrimonio, e che devono essere provate dalla parte recedente che si opponga alla pretesa risarcitoria, mentre chi chiede il risarcimento può limitarsi a dimostrare che le nozze non sono state celebrate a causa del rifiuto dell’altra parte.
Si rischia di entrare nel merito di questioni nelle quali è a volte arduo addentrarsi attraverso gli strumenti giuridici, trattandosi di vicende personalissime difficilmente riducibili ad elementi e fatti concreti suscettibili di divenire oggetto di prova.
Vi sono tuttavia alcune situazioni espressamente elencate dal codice di errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge, le quali, potendo inficiare la validità del matrimonio, possono certamente a maggior ragione giustificare il rifiuto di contrarlo, nonostante la promessa. Si tratta di casi particolari, però, quali ad esempio la scoperta di una malattia fisica o psichica dell’altra parte, o di una sentenza di condanna di determinata gravità, o della gravidanza causata da altri. Si aggiungono ipotesi quali la scoperta dell’infedeltà, della tendenza al gioco o di altri riprovevoli gravi comportamenti.
Tornando al tema dei vari danni risarcibili, si precisa che il codice prevede espressamente che il fidanzato abbandonato possa anche chiedere la restituzione dei doni fatti a causa della promessa di matrimonio, in questo caso anche non necessariamente una promessa formale, e indipendentemente da ogni indagine sui giusti motivi.
Sono invece del tutto esclusi, come si è detto, i danni morali e “psicologici”, e in proposito la Cassazione ha fermamente respinto la fondatezza di ogni argomentazione sulla rilevanza di diritti costituzionalmente garantiti relativi agli affetti della persona del promesso sposo incolpevole.
Si potrebbero eventualmente configurare ulteriori danni risarcibili solo se in rapporto di causalità con altri fatti illeciti, diversi, anche se concomitanti, rispetto alla rottura della promessa. Mentre non è certamente sufficiente che la rottura sia avvenuta con modalità particolarmente afflittive, per esempio a causa dei tempi e dei modi della comunicazione.
Insomma, il tema della responsabilità nelle relazioni familiari è già piuttosto delicato e difficile, non sembra proprio il caso di pensare di aggiungere ulteriori ipotesi addirittura anteriori alla contrazione del vincolo matrimoniale.

Avv. Elisabetta Zecca
Elisabetta Zecca Avvocato
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