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Indagini finanziarie: l'onere della prova a carico del contribuente anche sui conti intestati ai parenti

del 14/11/2011

Indagini finanziarie: l'onere della prova a carico del contribuente anche sui conti intestati ai parenti
L'inversione dell'onere della prova a carico del contribuente a seguito di indagini finanziarie scatta anche nei confronti dei conti intestati ai parenti se questi secondo l'Amministrazione sono riferibili al contribuente stesso. Dovrà quindi essere quest'ultimo a giustificare le movimentazioni dei parenti e non l'Ufficio a provare che tali movimenti rivelano operazioni in evasione di imposta. È quanto prevede la sentenza 20449 della Corte di Cassazione che assume particolare importanza anche per le nuove metodologie ispettive che in futuro porrà in essere l'Amministrazione con riferimento alle informazioni che acquisirà dagli intermediari finanziari in base alla legge 148/2011.
Un caso esemplificativo è partito da una verifica fiscale svolta dalla Guardia di Finanza nei confronti di una Sas, nella quale venivano effettuate indagini finanziarie sui conti dei soci e dei parenti ritenuti utilizzati dalla società per eseguire le proprie operazioni, non disponendo quest’ultima di alcun conto ufficialmente intestato. Poiché non venivano fornite ai verificatori idonee giustificazioni sulle movimentazioni, erano accertati maggiori ricavi in capo alla società.
Nei primi due gradi di giudizio l'atto di accertamento veniva annullato dalla commissione provinciale che condivideva le tesi difensive secondo cui doveva essere l'Amministrazione a fornire prove sulla riconducibilità di tali operazioni (eseguite sui conti di soci e parenti) all'impresa verificata e non il contrario.
Successivamente l’Ufficio, avverso la sentenza di primo grado, proponeva appello nei confronti del quale la commissione regionale confermava il giudizio di primo grado favorevole alla società. Infine, l'Agenzia ricorreva in Cassazione, lamentando, in sintesi, che le presunzioni legali a favore dell'Ufficio sulle giustificazioni delle movimentazioni bancarie si applicano non solo ai conti intestati direttamente al contribuente, ma anche a quelli formalmente intestati a terzi, soci, parenti. I Giudici di legittimità, con la loro pronuncia, ribaltano, invece, il giudizio dei Giudici di merito, ricordando che in materia di accertamenti bancari è legittima l’estensione delle indagini ai conti correnti formalmente intestati a terzi congiunti del contribuente persona fisica o dell’amministratore di società ma che si ritiene possano essere connessi o collegati al reddito del contribuente.
La Suprema Corte ha sostanzialmente condiviso l'assunto dell'Amministrazione confermando un orientamento già espresso in base al quale le movimentazioni bancarie su conti formalmente intestati a terzi ma strettamente collegati al contribuente sottoposto al controllo fanno comunque scattare la prova presuntiva a carico di quest'ultimo.
Nell’analisi del caso vanno evidenziati due punti centrali della decisione dei Giudici.
Per il primo, la mera presenza delle movimentazioni fa scattare la presunzione a favore dell’Agenzia con conseguente inversione dell’onere della prova a carico del contribuente.
Secondo passaggio rilevante è quello che per la Suprema Corte la legittimità dell’accertamento trova conforto, come in passate sentenze (Cassazione n. 18083/2010 e Cassazione 347/2009), non tanto dalle conferme rilevate tramite dichiarazioni rese dai clienti, quanto dalla intrinseca entità delle movimentazioni stesse.
Per la Corte, infatti, quando le movimentazioni sono considerevoli, se gli amministratori o i terzi non danno una valida giustificazione alle entrate e uscite rilevate, non è possibile superare la presunzione dei ricavi non annotati.
Infatti, nella vicenda a base della sentenza la società verificata non possedeva alcun conto; quindi, obiettivamente, era difficile non ipotizzare l'esistenza di conti di terzi su cui transitavano le operazioni della società.
Tuttavia, il problema più generale è che gli Uffici dovrebbero prima individuare gli elementi in base ai quali ritengono riconducibili i conti dei terzi al contribuente verificato, e non sottoporre a controllo questi conti e poi desumere la loro riconducibilità ad altri una volta che le informazioni sono state acquisite.
Il rischio in questi casi risulta essere più rilevante a seguito delle nuove possibilità di acquisizione delle informazioni presso gli intermediari finanziari previste dalla manovra legge 148/2011. Infatti si rischierebbe di eseguire prima le indagini indistintamente sui conti anche di persone non sottoposte a controllo fiscale per poi in seguito determinare gli indizi per ricondurre gli esiti del controllo al contribuente verificato.

Avv. Luca Patruno
Studio Loconte & Partners
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COMMENTI

ing.lorenzo cannamela

03/05/2016 22:07:54

completo ed esaustivo,
complimenti

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