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La Corte Costituzionale si pronuncia sul termine di prescrizione da 4 a 8 anni per gli accertamenti tributari

del 05/09/2011

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La Corte Costituzionale si pronuncia sul termine di prescrizione da 4 a 8 anni per gli accertamenti tributari

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 247 del 20 luglio 2011, depositata il 25 luglio 2011, ha confermato la legittimità del raddoppio dei termini di accertamento in caso di reato previsto dal decreto legge 223/2006, stabilendo che è costituzionale la normativa che prevede il raddoppio del termini per la decadenza dell’azione accertatrice in presenza di un reato tributario anche se la contestazione della violazione penale è stata effettuata quando i termini ordinari di accertamento sono già scaduti.

LA NORMATIVA
La disciplina dei termini di accertamento era regolamentata dall’originaria formulazione dell’articolo 57 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633/72 la quale ne statuiva la decadenza entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ovvero del quinto anno per le sole ipotesi di omissione della dichiarazione. Tale disciplina, con decorrenza dal 4 luglio 2006, è stata modificata ed integrata dall’articolo 37, comma 25 del decreto legge 223 del 2006, convertito in legge n. 248 del 4 agosto 2006, che ha modificato l’articolo 57 del decreto del Presidente della Repubblica 633/72 aggiungendo un terzo comma in base al quale le due tipologie di termini di decadenza degli accertamenti venivano raddoppiate in caso di violazione che comporta l’obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 del codice di procedura penale per uno dei reati previsti dal decreto legislativo10 marzo 2000, n. 74.


LA CONTROVERSIA
Come ormai noto trattasi di avvisi di accertamento ai fini dell’Iva relativi agli anni 2002 e 2003, notificati in data 18 novembre 2008; contro tali avvisi furono presentati ricorsi dove si eccepiva l’efficacia preclusiva del condono effettuato per l’anno 2002, l’inapplicabilità del raddoppio del termine di accertamento ed in ogni caso l’incostituzionalità dell’interpretazione dell’articolo 37 che legittimava la riapertura dei termini di accertamento con riferimento ad annualità oramai cristallizzate, l’inapplicabilità della proroga biennale per l’accertamento ai sensi dell’articolo 10 della legge 289/2002, l’illegittimità dei termini della durata della visita fiscale, l’inefficacia probatoria in ambito tributario degli atti acquisiti nel processo penale, l’infondatezza nel merito dell’accertamento non essendo mai state verificate le operazioni giudicate inesistenti, infine la disapplicazione delle sanzioni per carenza di responsabilità. La Commissione Tributaria Provinciale ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità, nella parte in cui si consente in maniera indiscriminata il raddoppio dei termini per l’accertamento se sono contestate violazioni penali, specialmente se l’emergere di elementi penalmente rilevanti sia idoneo a legittimare la proroga per l’accertamento quando ciò si verifica in un momento in cui i termini stessi per promuovere l’accertamento sono già decaduti.


CONSEGUENZE E CONSIDERAZIONI
Lo Statuto dei diritti del contribuente all’articolo 3 comma 3 della legge 212/2000 pone il generale divieto di proroga dei termini di decadenza, ciò in funzione del diritto di difesa del contribuente. Ma nonostante ciò la Corte Costituzionale ha raddoppiato i termini di prescrizione per gli accertamenti sostenendo che il raddoppio può aversi per fatti che non emergono durante l’ordinario periodo di accertamento ma successivamente, quindi è come dire che non è il processo penale che precede l’accertamento tributario, ma è l’avviso di accertamento che dà l’impulso per l’indagine penale. Quindi il raddoppio dei termini deriva dall’insorgere dell’obbligo della denuncia penale indipendentemente dall’effettiva presentazione di tale denuncia o da un accertamento penale definitivo che attesta l’effettivo reato.
Ancora, nella sentenza si fa riferimento all’obbligo di conservazione delle scritture e dei documenti contabili ai fini dell’accertamento tributario. Oggi, solitamente, detta documentazione viene conservata per il tempo di prescrizione degli accertamenti e quindi i cinque anni dal periodo oggetto di dichiarazione dei redditi. Ora, seguendo il nuovo concetto della sentenza della Corte Costituzionale, potrebbe arrivare un accertamento in tempi in cui la documentazione non è più in possesso del contribuente con evidenti limitazioni al proprio diritto di difesa. Secondo la sentenza, se il termine previsto dalla legge in presenza dell’obbligo di denuncia delle suddette violazioni tributarie penalmente rilevanti è quello raddoppiato, ne consegue che il contribuente ha l’obbligo di conservare le scritture ed i documenti contabili fino alla definizione degli accertamenti relativi e quindi non può essere esonerato da tale obbligo fino alla scadenza del termine di otto anni in presenza di regolare presentazione della dichiarazione dei redditi. Non essendo il contribuente in grado di conoscere, in assenza di contestazioni, se ci saranno comportamenti penalmente rilevanti o no, sarà necessario conservare sempre la documentazione per gli otto anni. Ciò inoltre sperando che la conservazione della documentazione per un periodo superiore al termine ordinario non sia per l’Amministrazione Finanziaria un atteggiamento da parte del contribuente oggettivamente indicativo di conoscenza e di ammissione di reati commessi. Quindi, per esempio, per l’anno di reddito 2010, dichiarazione presentata nel 2011, con i termini ordinari (che sembrano oramai superati) il termine di conservazione era 31.12.2016; seguendo la sentenza 245 della Corte Costituzionale saranno da conservare fino al 31.12.2020.


Rag. Romana Romoli
Studio Romoli Romana

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