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Collegato Lavoro: indennità risarcitoria e conversione del contratto

del 07/02/2011

Collegato Lavoro: indennità risarcitoria e conversione del contratto

Senza voler fornire un quadro complessivo delle problematiche interpretative connesse con il contratto a tempo determinato e con le novità scaturite dal Collegato Lavoro - L. n. 183/2010 -, si ritiene tuttavia opportuno svolgere alcune considerazioni che nascono dalle numerose sentenze che si stanno susseguendo in materia - tra cui anche due ordinanze di rimessione della questione di legittimità delle norme alla Corte costituzionale. Infatti, sono i c. 5, 6 e 7 dell’art. 32 della L. n. 183/2010 che regolano l’indennità risarcitoria dovuta nei casi di conversione del contratto, a destare le principali perplessità che intorno alla nuova legge e ciò a distanza di poco più di 2 mesi dalla sua approvazione grazie alla possibilità di applicare le indicate disposizioni già ai giudizi in corso.
Orbene, tale articolo stabilendo che “nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604”, ha posto sin dall’origine alcuni dubbi interpretativi: ci si chiede, infatti, se l’indennità sia da considerarsi sostitutiva della trasformazione del rapporto e dell’eventuale retribuzione maturata dal lavoratore nel periodo intercorrente tra la data di cessazione del rapporto e la data di riammissione in servizio, cumulativa della conversione del rapporto di lavoro, aggiuntiva rispetto sia alla trasformazione del rapporto, sia al risarcimento del danno commisurato al valore delle retribuzioni maturate dalla data di messa in mora del datore di lavoro mediante offerta della prestazione.
Il fine del Legislatore, stante l’aggettivo adoperato per qualificare l’indennità - onnicomprensiva -, sembra sia stato quello di porre un limite al risarcimento posto a carico del datore di lavoro, nei casi di conversione del contratto e per effetto delle lungaggini del processo: con ciò portando a ritenere che l’indennità sia da considerarsi inclusiva di ogni risarcimento spettante al lavoratore, rimanendo salva la conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato. Ciò è in linea con quanto sostenuto nei lavori preparatori, dai quali si desume che, in ordine all’interpretazione del c. 5 dell’art. 32, la previsione del risarcimento del danno si aggiunge e non sostituisce il ripristino del rapporto di lavoro e che, quindi, “non vi è conflitto tra la conversione a tempo indeterminato e quella di definizione di risarcimento, anzi i due termini coabitano”. Allo stato attuale, la giurisprudenza maggioritaria sembra seguire tale orientamento: si cita, sul punto, Trib. Milano, 29 novembre 2010 nn. 4966 e 4971; 2 dicembre 2010 n. 5058 e Trib. Roma 16 dicembre 2010 n. 2970. Quest’ultimo esclude che, essendo l’indennità “onnicomprensiva”, possa permanere il diritto del lavoratore al risarcimento da mora accipiendi relativamente al periodo tra la cessazione del rapporto e la sentenza dichiarativa della nullità del termine.
Di diverso avviso il Tribunale di Busto Arsizio, 29 novembre 2010 n. 528, che nel riconoscere la nullità del termine apposto al contratto, per la totale mancanza delle ragioni tecniche, organizzative, produttive e sostitutive previste dall’art. 1 del D.Lgs. n. 368/2001 – si trattava, peraltro, di un lavoratore assunto dalle liste di mobilità ai sensi dell’art. 8 della L. n. 223/1991 – ha dato applicazione alla indicata disposizione prevedendo da un lato, la conversione automatica del contratto, per nullità del termine e, dall’altro, la condanna del datore di lavoro al pagamento sia delle retribuzioni nel frattempo maturate, sia dell’indennità risarcitoria prevista dalla novella.

Inoltre, in merito all’applicazione retroattiva della nuova disposizione, la giurisprudenza ha chiarito che la domanda di risarcimento di cui all’art. 32 ha un suo carattere di individualità ed autonomia rispetto alla domanda di declaratoria di nullità del termine apposto al contratto: pertanto, essa deve essere specificatamente impugnata, subendo altrimenti il giudicato ai sensi dell’art. 324 cpc. (Cass. 3 gennaio 2011 n. 65). Sempre sul punto, altra giurisprudenza in tema dell’applicazione dello ius superveniens, in merito alle conseguenze economiche derivanti dall’accertata nullità del termine apposto al contratto di cui all’art. 32 del Collegato, ha specificato che è necessario che i motivi del ricorso investano specificatamente la questione del risarcimento in maniera diretta e che essi non siano tardivi, generici o non pertinenti. Pertanto, in caso di assenza o di inammissibilità di una censura in ordine alle conseguenze patrimoniali dell’accertata nullità del termine, il rigetto dei motivi inerenti tale aspetto pregiudiziale produce la stabilità delle statuizioni di merito relative a tali conseguenze (Cass. 4 gennaio 2011 n. 80).
Altra problematica controversa di natura processuale si riscontra passando alla previsione di cui al comma 7 dello stesso art. 32, il quale riconosce l’applicabilità delle disposizioni di cui ai commi 5 e 6 anche ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore del Collegato - 24 novembre 2010 -. Sul punto, si registrano due orientamenti giurisprudenziali, i quali sostengono tesi contrapposte: in base al primo orientamento la nuova norma è applicabile ai soli giudizi pendenti in primo grado (Corte d’Appello di Roma 30 novembre 2010); sulla scorta del secondo orientamento, la disposizione di cui al c. 7 deve essere riferita a tutti i giudizi ivi compresi quelli di cassazione: diversamente opinando equivarrebbe a discriminare tra situazioni diverse in base alla circostanza, del tutto accidentale, di una pendenza della lite giudiziaria, in una o altra fase, tra le parti del rapporto di lavoro (Cass., ordinanza 20 gennaio 2011 n. 2112).
Onde fornire una completa e prima panoramica giurisprudenziale sulla controversa lettura della disposizione in esame, non possono non essere segnalate le ordinanze con le quali sono stati avanzati dubbi di legittimità costituzionale in riferimento alla stessa norma. Il Giudice del Tribunale di Trani ha, infatti, con ordinanza del 20 dicembre 2010, sollevato la questione di legittimità dell’art. 32, c. 5 e seguenti, con riguardo agli artt. 3, 11, 24, 101, 102, 111 e 117 Cost. rilevando, principalmente che la legge non è intervenuta per sostenere la parte debole del rapporto, ma addirittura, “per toglierle ciò che, in applicazione dei principi generali del nostro ordinamento giuridico, aveva diritto a ricevere come ogni altro soggetto negoziale, finendo, in tal modo, per renderla più debole di quanto già non fosse”.
Tali dubbi sono stati appena riproposti in riferimento all’art. 32, ma solo limitatamente ai c. 5 e 6, anche dalla Corte di Cassazione con ordinanza del 20 gennaio 2011, n. 2112. Secondo quest’ultima l’indennità, identificata come onnicomprensiva, “acquista significato solo escludendo qualsiasi altro credito del lavoratore, indennitario o risarcitorio: pertanto, i commi 5 e 6 escludono ogni tutela reale e lasciano la possibile, grave sproporzione fra indennità e danno effettivo, connesso al perdurare dell’illecito”. Così intesa, tuttavia, la previsione non tutela adeguatamente il diritto al lavoro (artt. 3 e 4 Cost.), non reca strumenti che evitino che il datore di lavoro prolunghi il giudizio e che possa sottrarsi all’esecuzione della sentenza (artt. 24 e 111 cost.) e, inoltre, contrasta con l’art. 6 CEDU, realizzando un’indebita interferenza del legislatore nei processi in corso (art. 117 cost).

di Luca Failla
LABLAW – Studio Legale Failla, Rotondi & Partners

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