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Minaccia e impedimento del diritto di visita

del 12/05/2014

La Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che non commette reato di ingiuria e minaccia l'ex marito che litiga con la moglie che gli impedisce di vedere il figlio, a condizione che il giudice accerti la sussistenza o la probabilità di una esimente (ergo: causa di giustificazione).E' quanto stabilito nella sentenza pronunciata il 21 febbraio 2014, n. 8431.

Nel caso in esame, gli Ermellini riconoscono esistente,a favore del marito, l’esimente tipica di cui all’art. 62 n. 2 c.p. ovvero quella “della provocazione” da parte della moglie con la conseguenza che  le minacce successivamente poste in essere dal marito non possano integrare l’omonimo “reato di minaccia o ingiuria” ma vengano giustificate dal comportamento provocatorio della donna. Tale condizione esclude in pieno la condanna a carico del marito.

Le considerazioni di diritto alla base della motivazione resa della Suprema Corte di Cassazione ruotano intorno all'analisi dell'art 62 c.p., che in particolare al n. 2  prevede che attenuano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze attenuanti speciali, l'aver agito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui.

Tale circostanza attenuante ha evidentemente natura soggettiva, ed è appunto la  provocazione. Essa  consta di due elementi essenziali: il primo è quello soggettivo,il quale inerisce allo stato d'ira che determinando nel soggetto agente un impulso emotivo incontrollabile, pone in essere la condotta criminosa; il secondo è quello oggettivo, ovvero il fatto ingiusto altrui che ha provocato siffatto stato emotivo nell'autore del reato. L'ingiustizia del fatto, che deve essere oggettivamente riscontrabile, è tale non solo sotto il profilo strettamente giuridico, ma anche per quanto concerne il rispetto delle regole della civile convivenza divenuta  incontrollabile, e che rappresenta la fonte della condotta criminosa.

Il Giudice si ritroverà a  pronunciare sentenza di assoluzione tutte le volte in cui sussista il semplice dubbio sull' esistenza di una causa di giustificazio che deve essere ricondotto a quello contemplato dalle nozioni di “insufficienza”  e “contraddittorietà” delle prove ex art. 530 c.p.c.

L’onere di allegazione di una causa di giustificazione incombe sull’imputato: egli deve  produrre tutti gli elementi di indagine idonei a  porre il giudice nella condizione di accertare la sussistenza o quanto meno la probabilità di sussistenza dell’esimente e poter decidere; tuttavia nei casi in cui, gli elementi idonei a rivelare l'astratta configurabilità della causa di giustificazione (la provocazione),siano già stati assorbiti nella fase dibattimentale, in tal caso sarà compito del giudice procedere all'indagine sulla configurabilità e sulla sussistenza dell’esimente in oggetto, eventualmente ricorrendo ai suoi poteri di integrazione probatoria.

Tornando al caso che qui interessa emerge che il comportamento della madre consistente nel rifiuto di consegnare la bambina al padre, per mancanza di prove sufficienti,è considerato ingiusto: di conseguenza le minacce poste in essere dal marito non configurano il”reato di minacce ed ingiurie” perché vengono ricomprese all’interno dell’esimente di cui all’art 62 n.2 c.p. la quale permette la giustificazione dello stato d’ira dell’uomo come conseguenza al comportamento “provocatorio” da parte della donna. A tale condizione segue l’assoluzione del marito anziché la condanna per “reato di minacce e ingiurie” verso la donna.

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