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Diffamazione anche su facebook

del 04/04/2014

La popolarità dei social network ha raggiunto in tempi recenti livelli tali che, le piattaforme di maggior successo, contano milioni di utenti giornalieri attivi, alcuni dei quali condividono ogni istante della propria vita quotidiana, ogni loro pensiero, ogni loro elucubrazione mentale. Attenzione, però, che i nostri pensieri esternati sui social, possono costarci davvero cari se ledono la reputazione di una determinata persona, ovverosia la stima che la stessa si è conquistata nell’ambiente sociale. La giurisprudenza si è adeguata al nuovo mezzo tecnico di comunicazione e riconosce come assolutamente configurabile, in dette circostanze, il reato di diffamazione. Non si salva l’autore che abbia accuratamente omesso di indicare nominativamente la persona denigrata, qualora nel suo post siano stati forniti elementi idonei a individuarla agevolmente e con certezza, seppur da una ristretta schiera di soggetti. In un recente intervento (24 marzo 2014, n. 13604) la Cassazione ha ritenuto che la natura delle frasi utilizzate, la categoria di utenti della Rete la circolazione delle informazioni nell'ambiente di lavoro, possono far risalire senza difficoltà alle persone offese che costituiscono il bersaglio della diffamazione. Sarebbe opportuno affidare tali esternazioni e sfoghi al vecchio e caro diario segreto, a meno che non si sia disposti a rischiare una condanna alla reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a € 516. Un interessante (e risalente) intervento giurisprudenziale intende la reputazione quale rispetto sociale minimo cui ogni persona ha diritto indipendentemente dalla buona o cattiva fama che derivi dalla sua condotta. Secondo la giurisprudenza, l'individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica, ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell'offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita (Cass. Pen., Sez. V, Sent. n. 2135 del 7dicembre 1999, dep. 23 febbraio 2000, Rv. 215476).

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