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Nessun addebito se la donna rifiuta i rapporti

del 03/03/2014

Nella recente sentenza n. 2539/2014 la Corte di Cassazione ha messo sul piatto della bilancia da una parte l’adulterio e l’abbandono da parte del marito e dall’altra il rifiuto di avere rapporti sessuali da parte della moglie, giungendo alla conclusione che nessun rimprovero, in casi analoghi a questo, può essere mosso al marito che non ricevendo amore fisico/materiale dalla propria moglie, lo ricerca altrove.

Nella valutazione delle condotte dei due coniugi era emerso che l’infedeltà del marito non era stata la causa della rottura matrimoniale perché risultava, invece, provata la circostanza che da troppo tempo, la coppia non aveva più rapporti intimi e ciò avrebbe condotto all’intollerabilità della convivenza. In questi casi  l’infedeltà non è la causa dell’intollerabilità della convivenza e di conseguenza non legittima l’accoglimento della richiesta di addebito in capo al marito.

Tuttavia la Corte di Cassazione chiarisce che l'obbligo di fedeltà coniugale costituisce oggetto di una norma di condotta imperativa, la cui violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza e la separazione personale, con addebito al coniuge infedele.

Fanno eccezione le situazioni familiari caratterizzate da una mera “convivenza statica”, all’interno delle quali il tradimento si pone come un surplus ad un rapporto coniugale solo formale e già deteriorato o “malato”, e pertanto la violazione dell’obbligo di fedeltà diventa irrilevante ai fini dell’addebito. Allo stesso modo, l’abbandono del tetto coniugale che normalmente costituisce anch’esso violazione di un obbligo matrimoniale  ponendosi quale causa di addebito della separazione, in quanto impedisce la convivenza, diventa irrilevante quando è stato causato dal comportamento dell’altro coniuge o se la convivenza è già divenuta intollerabile.

I Giudici di Palazzo Spada hanno più volte avuto modo di ribadir che l’intimità sessuale è uno dei fini essenziali del matrimonio; se l’astensione da tali rapporti non è frutto di una volontà comune di entrambi i coniugi ma, al contrario, il rifiuto ad avere rapporti sessuali diventa perdurante nel tempo, si tramuta in rifiuto dell’ altra persona che reca una grave offesa personale al partner, in quanto può tradursi in totale disinteresse o addirittura porsi come espressione di repulsione nei confronti del coniuge rifiutato. Non è escluso che in siffatti casi, tale condotta possa essere causa di addebito della separazione in capo al coniuge che pone il rifiuto.

Da un punto di vista procedurale, nei casi di  domanda di addebito della separazione, grava sulla parte che la richieda, l’onere di provare la condotta dell’altro coniuge che lo ha portato all’inosservanza degli obblighi familiari, e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce (contesta) l'inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell'infedeltà nella determinazione dell'intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l'eccezione si fonda, ovvero l'anteriorità della crisi matrimoniale all'accertata violazione del dovere derivante dal matrimonio.

La Corte ha ribadito che l'addebito della responsabilità della separazione presuppone non solo la violazione dei doveri coniugali derivanti dal matrimonio ma anche la prova, a carico del coniuge che richiede la pronuncia di addebito, del nesso di causalità tra tale violazione e l'intollerabilità della convivenza.

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